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Published on marzo 31st, 2014 | by Militant

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1944-2014: settant’anni di revisionismo

Negli ultimi giorni del marzo 1944 Palmiro Togliatti, appena giunto in Italia, proclama a Napoli il dietrofront del PCI rispetto alla precedente politica di opposizione rivoluzionaria al governo Badoglio e al Re e getta le basi per il disastroso corso politico che approderà, dopo decenni di politiche rovinose, alla conclusione dell’esistenza stessa del PCI.
Ci riferiamo alla famigerata “svolta di Salerno”, a partire dalla quale si è articolata una scelta di campo vera e propria che archiviava le speranze di un cambiamento sociale radicale in Italia, per la quale tanti comunisti, durante la Resistenza, sacrificavano la loro vita; il PCI sarebbe diventato un garante formidabile della transizione, innocua e indolore, dal fascismo alla democrazia borghese.
Eppure la “svolta di Salerno” ha sempre rappresentato un vero e proprio totem intoccabile. In tanti, anche negli ambienti “marxisti-leninisti”, hanno fatto propria la leggenda per cui il PCI avrebbe mantenuto salde radici rivoluzionarie fino al XX Congresso del PCUS che segnò l’ascesa al potere di Krusciov. Tutti questi compagni, è singolare rilevarlo, hanno sempre suffragato le loro tesi citando testi successivi alla cacciata del PCI dal governo (1947).
Cosa avvenne in quei tre lunghi – e cruciali – anni è sistematicamente stato rimosso. A quel triennio, invece, occorre rifarsi, partendo dai testi e dai documenti che dimostrano, in maniera incontrovertibile, il filo diretto che lega la “svolta di Salerno” alle politiche di qualche decennio dopo, dal compromesso storico alla solidarietà nazionale, dall’ombrello protettivo della Nato al sostegno a Lech Walesa, fino all’opera di sistematica delazione ai danni delle lotte studentesche ed operaie degli anni ’70 e al consenso alla criminale legge Reale, vero e proprio fiore all’occhiello dell’epoca di “fascismo democratico” che caratterizzò gli anni ‘70 e ‘80.
La radicalizzazione di posizioni successiva alla cacciata dal governo e alla sconfitta elettorale dell’aprile 1948, durata qualche anno, avvenne a giochi fatti e sulla spinta della dura critica a cui il Kominform aveva sottoposto la penosa politica togliattiana; avveniva dopo un triennio intriso di rinunce e di pompieraggio sociale, di subalternità alla Democrazia cristiana e alle gerarchie cattoliche e, soprattutto, agli interessi di classe del padronato italiano.
I lavoratori non dovevano ribellarsi allo sfruttamento in fabbrica, come avevano fatto negli scioperi del 1944, ma produrre docilmente plusvalore per la classe dominante: “Noi sappiamo e comprendiamo i doveri della disciplina nazionale. […] Noi – affermò Togliatti – abbiamo detto e ripetiamo a tutti i lavoratori: ritorniamo a lavorare, liquidiamo le abitudini di leggerezza o di sconsideratezza che sono state prese in gran parte dalle masse lavoratrici durante i mesi della lotta illegale, della lotta partigiana. Deponiamo le mitragliatrici, rientriamo nelle officine”.1 E ancor più chiaramente: “Noi siamo per una politica di produzione, di lavoro. […] La concessione del 75% dei salari a masse operaie che rimangono in fabbrica quasi senza lavorare è stato un provvedimento straordinario col quale non è possibile continuare: bisogna dirlo apertamente agli operai. […] Comunque è certo che l’iniziativa privata deve avere un campo d’azione vastissimo. Per il controllo si noti anzitutto che non si tratta di un controllo da utilizzare come arma di una lotta di classe esasperata, come è avvenuto in altri casi. Si tratta di una forma di controllo abituale in società capitalistiche ben ordinate, simile a quelle già instaurate in Inghilterra e negli Stati Uniti”.2
Il ricambio del personale fascista più impresentabile ai vertici dell’Amministrazione dello Stato veniva caldeggiato (salvo poi essere smentito dalla stessa amnistia Togliatti) al fine di rabbonire gli operai: “Gli operai non potrebbero lavorare con ardore, sopportare nuovi sacrifici […] se […] ai posti di direzione continuassero a sedere coloro che hanno tradito e rovinato l’Italia”.3 Non una parola su una classe sociale, quella capitalista, che aveva lucrato negli anni del fascismo e avrebbe continuato, grazie alla complicità del PCI, ad estrarre plusvalore dalla pelle degli operai soggiogati.
La vasta distruzione di impianti industriali e il contemporaneo venir meno di manodopera a causa della decimazione dei lavoratori dovuta alla guerra, comportava la necessità di far lavorare di più i lavoratori (plusvalore assoluto) riducendo, al contempo, i salari. La classe dirigente del PCI garantì ai padroni la tranquillità sociale indispensabile per assicurare loro un rapido aumento del saggio di profitto, nelle condizioni della conclusione della guerra e della successiva ricostruzione.4
I democristiani, da subito, accolsero con gioia l’inaspettato voltafaccia di Togliatti. De Gasperi, ricorderà Negarville sulle colonne del “L’Unità”, “si accodò entusiasta e, riconosciamolo, zelante alla nostra iniziativa politica e fu tra coloro che con maggior calore esaltarono l’equilibrio politico di Palmiro Togliatti”.5
Secchia, il presunto oppositore di Togliatti (altra leggenda destituita di fondamento)  si rivolgeva in termini assai concilianti verso i democristiani: “Si, amici democristiani, noi non temiamo anzi desideriamo che voi ci esponiate con franchezza il vostro pensiero, noi desideriamo soprattutto lavorare con voi”.6 Questo scritto del “rivoluzionario” Secchia venne poi ripubblicato dallo stesso molti anni dopo con una precisazione che la dice lunga sulla connivenza di questo dirigente con la politica togliattiana: “Questo scritto – annotò Secchia – è importante perché dimostra che noi comunisti già durante la Resistenza e immediatamente dopo eravamo per l’unità con i lavoratori cattolici e con i democratici-cristiani; non è stata questa un’improvvisa «scoperta», un nuovo indirizzo scaturito dopo il 1954 o dopo il XX Congresso. Dimostra inoltre che gli uomini  più rappresentativi del partito comunista durante e dopo la Resistenza hanno sostenuto questa linea dell’unità di lotta con i cattolici e con i democratici-cristiani e che non corrispondono a verità certe voci o supposizioni messe in circolazione che i Longo o i Secchia fossero contrari”. 7
Proprio Longo rassicurò sul nascere gli esponenti della classe dominante sul ruolo dei C.L.N.: “I Comitati di liberazione aziendali, di fabbrica, di villaggio, non hanno nulla in comune con i Soviet. I Soviet sono organi di potere esclusivo del Consiglio di operai, dei contadini e dei soldati; sono organismi di classe. I C.L.N. invece non sono organi dei soli lavoratori ma di tutta la popolazione e non pretendono come i Soviet di essere il solo potere ma potenziano e collaborano con il Governo”.8
La vulgata tradizionale, rappresentata dalla storiografia di area PCI che produce i suoi nefasti effetti fino ai giorni nostri, ripete che Togliatti avrebbe fornito  – con il suo voltafaccia – un contributo determinante ad intensificare lo sforzo bellico contro i nazifascisti.9 Si tratta di ulteriori fandonie cui replica la stessa “Unità”: “Molti non capiscono – scrive l’organo del partito ad inizio ’45 – perché da quando esiste in Italia un governo democratico, la partecipazione italiana allo sforzo di guerra, che avrebbe dovuto e agevolmente potuto essere accresciuta sia, invece, di fatto diminuita”.10
Nei mesi successivi alla svolta i dirigenti togliattiani dovettero affrontare il crescente malumore della base. Scriveva l’Unità: “Succede tutti i giorni ad ognuno di noi di dover polemizzare con  l’amico o il conoscente che ci dicono: «In fondo niente è cambiato!»”. Da qui la minaccia verso i militanti riottosi ad allinearsi a Togliatti: “Non si tratta di sovvertire niente, soprattutto non si tratta di mandare all’aria l’apparato dello Stato”.11 Per i dirigenti legati a Togliatti non era tollerabile la presenza di posizioni rivoluzionarie all’interno del partito che dovevano essere estirpate da subito: “Sono possibili oggi in Italia due politiche, una di «unità nazionale» e una di «fronte popolare». Coloro che sono per l’«unità nazionale» – si dice – collocano al primo posto delle loro considerazioni la guerra come difesa della unità etico-territoriale della nazione. Coloro che sono per un «fronte popolare» collocherebbero anch’essi al primo posto la guerra, ma considerandola in modo diverso, quasi come una guerra civile, diretta contro determinati gruppi sociali e politici reazionari”. Ne conseguiva l’estromissione dai gruppi dirigenti locali dei comunisti che non si omologavano alla nuova linea: “Il fatto che […] vecchi gruppi dirigenti prefascisti non le comprendano [le necessità nazionali n.d.r.] o non le sentano tutte con egual vigore, o non lavorino con  egual vigore per soddisfarle tutte, prova soltanto che i gruppi da cui questi uomini escono hanno esaurito la loro funzione dirigente e debbano essere sostituiti da gruppi nuovi il cui modo di pensare e di agire sia del tutto aderente alla realtà nazionale odierna”.12
Al disarmo ideologico dei militanti faceva seguito il disarmo militare dei partigiani che furono ben presto costretti a subire le persecuzioni del sistema democratico-repubblicano, la carcerazione, l’esilio all’estero. “Il nostro partito – scriveva rassicurante l’Unità – ha rinunziato a ogni posizione ristretta di classe”. Il dominio di classe dei padroni non era davvero in discussione: “i lavoratori – scriveva soddisfatto Negarville – hanno accettato ancora la loro larghissima parte di sacrifizi” a causa del “senso di saggezza politica e nazionale che anima gli orientamenti e le proposte dei comunisti”.13
Gli stessi intenti di solidarietà nazionale che animano oggi Napolitano che costituisce il figlio coerente di quella tragedia, per la storia delle classi subalterne del nostro paese, che si chiama “svolta di Salerno”. Una tragedia e una sconfitta da cui le masse proletarie sconfitte non si sono ancora riprese.
Quel passato non va rimosso, ma inserito a buon titolo nella storia dell’offensiva antipopolare e anticomunista nel nostro paese. La critica radicale, senza se e senza ma, a quella pagina vergognosa di storia, costituisce l’ABC perché oggi, in Italia, si possa parlare con rinnovato vigore di comunismo.

1. Il discorso di Togliatti, in “l’Unità”, ed. piemontese, 14/10/1945.

2.Togliatti, La Nazione ha bisogno di produrre, in “L’Unità”, ed. piemontese,26/8/1945.

3.Secchia, “L’unità” 4/5/1945, in La Resistenza accusa, 1945-1973, Mazzotta editore, Milano, 1973, p. 10

4.Tutto ciò ben si comprende ricorrendo alla nota formula: S=p/(c+v). vale a dire: saggio di profitto = plusvalore diviso (capitale costante + salario) . Le macchine e il salario sono al denominatore e i padroni, all’epoca come oggi, avevano ben chiaro che diminuendone il valore aumentavano i saggio di profitto. Ma non bastavano i partiti borghesi, occorreva, come difatti avvenne, l’attiva partecipazione dei “partiti della classe operaia”, con in testa il Pci.

5. Negarville, Abbiamo lavorato bene, lavoreremo meglio, “l’Unità”,5/5/1946.

6. P.Secchia, Per l’unità delle forze progressive, conversazione alla radio riprodotta in “l’Unità”, 10/05/1945, inP. Secchia, La Resistenza accusa, cit.,p.13.

7. P.Secchia, La resistenza accusa, cit. , pp.14-15. “La concezione di un «partito nuovo»-scrisse, apropositodi Secchia, Ambrogio Donini- […]quale è stata elaborata da Togliatti dalla svolta di Salerno in poi, e che è tutt’ora al centro della nostra linea programmatica, lotrova perfettamente consenziente”  (in P. Secchia, Chi sono i comunisti, Mazzotta editore, Milano, 1977, a cura e con prefazione diAmbrogio Donini, p.15).

8. La funzione dei C.L.N. nella chiara esposizione di Longo, in “l’Unità”, 28/8/1945, ed. piemontese.

9. In questo senso anche Secchia, a molti anni di distanza, non trascurava di ripetere ancora la versione ufficiale: affermando che “l’immediata costituzione, a Salerno, di un governo di unione nazionale  diede una vigorosa spinta a tutto il processo unitario e al potenziamento della guerra di Liberazione” (in P. Secchia, Chi sono i comunisti, cit., p. 63).

10. Si veda Giusta richiesta, in “l’Unità”, 11/1/1945.

11. Burocrazia, in “l’Unità”, 14/1/1945.

12. I motivi dell ‘unità nazionale, in “l’Unità”,14/1/1945.

13. Cfr. Il vero problema, in “l’Unità”, 6/6/1945 e Fitti e salari, in  “l’Unità”,  29/6/1945.

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