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Published on maggio 3rd, 2013 | by Militant

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Appunti per un pensiero critico aggiornato il 3.5.13

-Questa sezione viene aggiornata periodicamente con nuovi contenuti-

6) 05.05.13 Il processo di fascistizzazione in atto

Pubblichiamo un estratto di un discorso pronunciato in Parlamento da Lelio Basso il 17 ottobre 1949. La straordinaria attualità che esso presenta è di tutta evidenza.

Oggi i nostri gruppi monopolistici sono in stretti rapporti di dipendenza coi gruppi monopolistici americani, con la finanza internazionale. Quindi oggi non è più di moda il nazionalismo, oggi è di moda l’europeismo, il cosmopolitismo. Oggi questa politica si fa in altre forme, ma purtroppo le conseguenze sono ancora più dolorose perché questi nuovi gruppi che hanno la fortuna di interessare il capitalismo americano, che hanno la fortuna – per la loro ampiezza – di potere offrire investimenti ai capitalisti americani sono indubbiamente sempre in numero minore. Noi abbiamo cioè un processo di concentrazione crescente del capitale e, quindi, la distruzione sistematica di tutte le altre industrie che sono in concorrenza con questi grossi gruppi: cioè, la politica di distruzione sistematica delle nostre attività industriali […] è indubbiamente uno degli aspetti di questa accresciuta potenza dei pochi, pochissimi grandi gruppi monopolistici.

Quindi, noi abbiamo, come differenze fondamentali, quella formale di un regime che ama chiamarsi democratico, ma nella sostanza questo regime che ama chiamarsi democratico fa più che mai la politica dei grandi gruppi monopolistici e la fa nell’interesse di un numero sempre più limitato di gruppi monopolistici, di una industria e rii un capitalismo sempre più fortemente accentrati.

Ora, una politica di questo genere non può essere che una politica totalitaria. Noi abbiamo in questi anni fatto molte esperienze, abbiamo dovuto assistere allo sviluppo di regimi totalitari dichiarati e. non dichiarati, e la tecnica è fondamentalmente sempre la stessa.

Innanzi tutto bisogna creare un mito attorno a cui identificare quella che si intende per comunità nazionale, un mito con cui identificare gli interessi dei gruppi che si difendono, un mito che permetta di dichiarare esclusi dalla vita nazionale, banditi dalla comunità nazionale coloro che non accettano di porsi su questo terreno. Creare un mito sulla base della potenza nazionale e imperialistica è la prima tecnica dei regimi totalitari: il fascismo e il nazismo hanno creato questi miti imperialistici di potenza. Ma questi miti di potenza oggi non avrebbero molta fortuna. E allora si creano miti a rovescio: si crea il mito della aggressione straniera, il mito della difesa della civiltà cristiana, della difesa della civiltà occidentale, ma è sempre attraverso questi miti di potenza aggressiva, o di paura difensiva, comunque di egoismo che si formano queste nuove costruzioni totalitarie e naturalmente tutti coloro che non sono d’accordo con questa impostazione sono antinazionali. La vecchia terminologia .fascista a base di “antinazionali” si può modificare ma è sempre il substrato della psicologia politica di questi regimi. De Gaulle chiama “separatisti” i comunisti francesi; in America chiamano “non americano” chiunque non sia d’accordo con la politica imperialistica che ivi si svolge; da noi ci si accusa di essere asserviti allostraniero.

Ogni regime che tenta di trasformarsi in regime totalitario ha bisogno di creare e dare forza a questi miti. Dopo questo, il secondo passo logico è che il governo ha sempre ragione. E un governo che si regga su questi miti non può non avere sempre ragione, perché chi e contro la politica del governo, chi è contro le direttive del governo è fuori dalla comunità nazionale, è un antinazionale, è un sovversivo, un cominformista [cioè un comunista, in quando facente parte del Kominform, l’Ufficio di coordinamento dei partiti comunisti in quell’epoca, n.d.r.].

Lelio Basso, in Due totalitarismi: fascismo e democrazia cristiana, pp. 199-201, ed. Garzanti, 1951.

5) 06.06.12 Labriola: la deformazione (e l’ignoranza) del pensiero di Marx ed Engels
Gli scritti di Marx e di Engels furono mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi adepti, e quindi dei seguaci e degli interpreti diretti degli autori stessi? Furono mai quegli scritti fatti tutti oggetto di commento e di illustrazione? Intorno a quegli scritti, in brevi parole, non si è formato che assai parzialmente, e qualche volta con modi non pienamente critici, ciò che i neologisti chiamano “ambiente letterario”. C’è molta gente al mondo che abbia la pazienza di mettersi alla ricerca della “Miseria della filosofia” o di quel singolare libro che è la “Sacra famiglia”, o che sia disposta a durare più fatica di quella che non tocchi in condizioni ordinarie, a qualunque filologo o storico presentemente per leggere e studiare tutti i documenti dell’antico Egitto?

Il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso sino a ora come un privilegio da iniziati?

Che meraviglia, dunque, se molti e molti scrittori, e specie tra i pubblicisti, abbiano avuto la tentazione di ritrarre o da critiche di avversari, o da citazioni incidentali, o da frettolose illazioni ricavate da brani speciali o da vaghi ricordi, gli elementi per foggiarsi un “marxismo” di loro invenzione e maniera?

Tanto più poi che, col sorgere dei partiti socialisti – che dal più al meno sono in voce di rappresentare un’esplicazione del marxismo, il che a me pare invero designazione inesatta – ai letterati di ogni maniera si offerse la comoda opportunità di credere o di far credere, in ogni discorso di propagandista o di deputato, in ogni enunciato di programma, in ogni articolo di giornale, in ogni atto di partito, ci fosse come l’autentica e ortodossa rivelazione della nuova dottrina, esplicantesi nella nuova “chiesa”.

Chi cercherà in quei frammenti ciò che non c’è, e non ci ha da essere, cercherà delle risposte a tutti i quesiti che la scienza storica e la scienza sociale possano mai offrire nella loro vastità e varietà empirica, o una soluzione sommaria dei problemi pratici d’ogni tempo e d’ogni luogo. Di fatti, i dottrinari e i presuntuosi di ogni genere, che hanno bisogno degli idoli della mente, i facitori di sistemi classici buoni per l’eternità, i compilatori di manuali e di enciclopedia cercheranno per torto e per rovescio nel marxismo ciò che esso non ha mai inteso di offrire a nessuno.
[Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia]

4) 28.05.12 I fondamenti metodologici della teoria del comunismo
La classe possidente e la classe proletaria esprimono la stessa estraniazione umana; ma la prima classe si sente in questa a suo agio e confermata; intende l’estraniazione come la propria forza e possiede in essa l’apparenza di un’esistenza umana; la seconda si sente, nell’estraniazione, annullata, scorge in essa la propria impotenza e la realtà di un’esistenza inumana. […] La proprietà privata, materiale, e immediatamente sensibile, è l’espressione materiale e sensibile della vita umana alienata. Il suo movimento – la produzione e il consumo – è la manifestazione sensibile del movimento di tutta la produzione anteriore, ossia della realizzazione o realtà dell’uomo. Religione, famiglia, Stato, diritto, morale, scienza, arte, etc non sono che dei modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge generale. La soppressione positiva della proprietà privata, in quanto appropriazione della vita umana, è dunque soppressione positiva di ogni alienazione, e però il rifarsi dell’uomo dalla religione, dalla famiglia, dallo Stato, etc. alla sua esistenza umana, cioè sociale.
[…] La morale […] e il resto dell’ideologia e le corrispondenti forme di coscienza non hanno per se stesse storia, non hanno sviluppo, ma bensì gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale, […] modificano assieme a questa realtà, anche il loro modo di pensare. […] Questa concezione della storia […] resta continuamente sul reale terreno della storia, non spiega la pratica con l’idea, ma spiega le formazioni ideologiche con la prassi materiale e giunge in conseguenza anche a questo risultato: che tutte le forme e tutti i prodotti della coscienza possono essere spiegati non con la critica spirituale e la riduzione all’autocoscienza […] ma soltanto con il rovesciamento pratico dei reali rapporti sociali, da cui sono scaturite queste fantasie idealistiche; che non è la critica, ma la rivoluzione la forza motrice della storia, come della religione, della filosofia e ogni altra teoria; ed essa mostra che la storia non finisce col risolversi in “autocoscienza” come “spirito dello spirito”, ma che si trova in essa, ad ogni stadio, un risultato materiale, una somma di forze di produzione, un rapporto storicamente creato dagli individui con la loro natura e fra loro stessi e trasmesso ad ogni generazione dalla precedente, ma che, è vero, da una parte, modificata dalla nuova generazione, ma che, d’altra parte, prescrive a questa le sue proprie condizioni di esistenza e le dà uno sviluppo determinato, uno speciale carattere; e che, perciò, le circostanze fanno gli uomini come gli uomini le circostanze”.
[K. Marx, Sacra famiglia, Ideologia tedesca]

3) 20.05.12 La speculazione finanziaria è parte integrante del sistema
Il meccanismo capitalistico non ha a alcun cervello regolatore, in grado di adeguare coscientemente l’ampiezza dell’accumulazione alla situazione di equilibrio necessaria. Il capitale finanziario che cerca investimento, e non trova nella sfera della produzione alcun impiego redditizio, si dirige verso la borsa per pescare nel torbido – fino a che si ripresenti una situazione di redditività (valorizzazione) nella sfera della produzione. L’ “attività” della borsa si trova in rapporto strettissimo con il movimento del tasso di interesse sul mercato finanziario.
La crisi acuta esplode alla fine dell’espansione e transitoriamente crescono livello anche i tassi di interesse e in questo modo anche il crollo del prezzo dei titoli è grande. La caduta del corso di questi titoli però è il pretesto per il loro acquisto in massa da parte degli speculatori di borsa. Così la speculazione comincia proprio nella depressione.
Dal punto di vista economico privato, l’investimento in borsa è fruttifero come qualsiasi altro. L’ “investimento” in borsa però non crea né valore né plusvalore. Esso ha per scopo soltanto un aumento dei corsi e dei trasferimenti di capitale. Questo capitale si rivolge alla borsa, dimenticando il carattere illusorio di questi investimenti.
La catena delle cause, a partire dalla sfera della produzione, grazie al funzionamento immanente dell’accumulazione capitalistica, propaga la necessità del decorso ciclico alla sfera della circolazione (mercato finanziario, borsa, titoli). Se viene di nuovo ricostituita nel processo di produzione la valorizzazione degli investimenti di capitale si avrà da capo un’ulteriore accumulazione. Il tasso di profitto cresce. Se esso diviene superiore alla rendita dei titoli a tasso fisso, i capitali abbandonano la borsa e affluiscono nuovamente alla sfera della produzione per trovare in questa sede un impiego produttivo. I titoli vengono acquistati dal pubblico che cerca un investimento durevole e non specula mirando all’arricchimento. Però questo investimento “durevole” dura soltanto fino alla crisi successiva. Alla stretta successiva del mercato finanziario, i titoli vengono di nuovo acquistati in borsa. Il gioco si ripete, però su base mutata: la centralizzazione del patrimonio finanziario è sempre più grande. In questo modo si piega il potere crescente del capitale finanziario.
[Henryk Grossmann,
Il crollo del capitalismo]

2) 13.05.12 La decomposizione del potere dello stato borghese
Il potere di stato centralizzato, con i suoi organi presenti – esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura, organi prodotti secondo il principio di una divisione del lavoro sistematica e gerarchica – il governo posto sotto il controllo del parlamento, cioè sotto il controllo diretto delle classi possidenti, non diventò solamente una fabbrica di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con la irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni esso non diventò solamente il pomo della discordia fra le frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; ma anche il suo carattere politico cambiò insieme con le trasformazioni economiche della società. A misura che il progresso dell’industria moderna sviluppava, allargava, accentuava l’antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, il potere statale assumeva sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l’asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe […] un regime di terrorismo di classe aperto e di deliberato insulto della “vile moltitudine” […] attribuire all’esecutivo poteri di repressione sempre più vasti, ma in pari tempo spogliare la loro stessa fortezza parlamentare di tutti i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo, l’uno dopo l’altro. L’impero, col colpo di stato come certificato di nascita, il suffragio universale come sanzione e la spada come scettro […] pretendeva di salvare la classe operaia distruggendo il parlamentarismo, e, insieme con esso, l’aperta sottomissione del governo alle classi possidenti. Pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia economica sulla classe operaia. Finalmente pretendeva unire tutte le classi ravvivando per tutte la chimera della gloria nazionale. […] La speculazione finanziaria celebrò delle orge cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo dall’ostentazione di un lusso esagerato, immorale, delittuoso. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era in pari tempo lo scandalo più grande di questa società e il vivaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione, e la decomposizione della società che esso aveva salvato, vennero messe a nudo. L’imperialismo è la più prostituta e l’ultima forma del potere di stato.
[Karl Marx, La guerra civile in Francia]

1) 07.05.12 Nella baracca si comincerà con la farsa elettorale
Di fronte agli elettori dalle teste di legno e dalle orecchie di somaro, i candidati borghesi, vestiti da clown, danzano la Danza delle Libertà politiche,
pulendosi la faccia e il culo con i programmi elettorali dalle tante promesse e parlando con le lacrime agli occhi delle miserie del popolo: e le teste degli elettori a ragliare sonoramente in coro: hi ho, hi ho! Poi il pezzo forte: il Furto dei beni della Nazione. La nazione capitalistica, enorme femmina, pelosa in volto, il cranio calvo, sformata, le carni flaccide, gonfie, giallastre, dagli occhi spenti e sonnacchiosi, sta sdraiata su un gigantesco divano di velluto: ai suoi piedi il Capitalismo industriale, gigantesco organismo di ferro, maschera scimmiesca, divora meccanicamente uomini, donne e bambini, le cui grida lugubri e strazianti riempiono l’aria: la Banca, dal muso di faina, dal corpo di iena e dalle grinfie d’arpia, gli sfila con destrezza dalla tasca le monete. Orde di miserabili proletari, macilenti, scortati da gendarmi con la spada sguainata, incalzati da furie che li sferzano con le fruste della fame, portano ai piedi della nazione montagne di merci, barili di vino, sacchi d’oro e di grano. Depositati i carichi con i calci dei fucili e a colpi di baionetta fanno scacciare gli operai e aprono le porte a industriali, commercianti e banchieri.[…] Questi si precipitano sul cumulo e ingoiano cotonate, sacchi di grano, lingotti d’oro, prosciugano botti; quando non ne possono più, sudici, ributtanti si accasciano sulle loro lordure e i loro vomiti. Allora il tuono rimbomba, la terra trema e si spalanca, la Fatalità storica si leva: con il suo piede di ferro schiaccia le teste di colore che singhiozzano, che esitano, che cadono e non possono più scappare, e con la sua grande mano rovescia la nazione capitalistica, attonita e in sudore per la paura. Se sradicando dal suo cuore il vizio che la domina e ne avvilisce la natura, la classe operaia si levasse con la sua forza terribile non per reclamare i Diritti dell’uomo, che altro non sono che i diritti dello sfruttamento capitalistico, non per reclamare il Diritto al lavoro, che altro non è se non il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge bronzea che proibisse a ognuno di lavorare più di tre ore al giorno, la Terra, la vecchia Terra, fremente di gioia, sentirebbe un nuovo universo nascere in sé.
[Paul Lafargue, Il diritto all’ozio]

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