Approfondimento

Published on novembre 17th, 2016 | by Militant

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Capitalismo moribondo e nuova società

“I disoccupati aumentano mentre paradossalmente aumenta la produzione. Come mai? Perché i robot fanno il lavoro che prima facevano gli operai.

In futuro spariranno tanti lavori. I camion, per esempio saranno guidati dai sensori. Sono stato nella fabbrica FCA di Melfi con Marchionne. Potevi camminare in vasti spazi senza vedere un uomo. Il lavoro è andato. It’s gone”: così ha dichiarato John Philips, ambasciatore U.S.A. in Italia, al Messaggero.

Siamo all’agonia di un sistema, ci spiega l’ambasciatore. Il capitalismo  è un cadavere ambulante, nient’altro che un involucro che ha svolto la sua funzione e deve lasciare sviluppare la potenza del suo contenuto.
Che contraddizioni meravigliose ci offre il capitale! Nell’epoca della massima produzione industriale, talmente estesa da avvitarsi su se stessa in una crisi di sovrappoduzione e di valorizzazione senza fine, paradossalmente, contraddittoriamente, esplosivamente, l’uomo che lavora davvero nell’industria conta meno che mai, a dispetto della immane quantità di plusvalore che individualmente produce. Non solo diminuisce di numero ed è trattato come un servo, ma il suo apporto in termini di lavoro vivo diventa sempre più insignificante rispetto alla quantità di lavoro morto che si accumula.
All’epoca di Marx e di Lenin il “dispotismo di fabbrica” schiacciava i soli proletari, mentre oggi l’umanità intera soffoca sotto il dominio del valore, giunto alla fase della disperata ricerca di auto-valorizzazione.
In questo quadro è aumentata a dismisura la massa dei senza-riserve, uomini e donne “usa e getta” che vivono costantemente sul bordo del bidone della spazzatura sociale.
Marx aveva una chiara concezione di che cosa avrebbe comportato lo sviluppo del capitalismo: “Nel mercato mondiale – scriveva nei Lineamenti fondamentali –  la connessione del singolo con tutti, ma al tempo stesso anche l’indipendenza di questa connessione dai singoli stessi, si è sviluppata ad un livello tale che quindi la sua formazione contiene al tempo stesso la condizione del suo superamento”.
Marx ci spiegava il processo che avrebbe portato il capitale alla situazione attuale. Oggi siamo di fronte a un capitale che, per sopravvivere, tende a fare a meno degli operai e, così facendo mostra agli operai che possono fare a meno del capitale. Naturalmente finché ci sarà il capitalismo questa tendenza resterà tale, perché il capitale non può fare a meno degli operai in assoluto, né gli operai possono fare a meno del capitale. Ma è indubbio che un comunista deve vedere in tale dinamica non un’occasione per riproporre i consueti piagnistei rivendicativi ma un movimento verso la società nuova, cui partecipare con entusiasmo distruttivo.
L’ossessione del capitale giunto alla sua fase suprema è la produttività del ciclo globale di valorizzazione (dominio reale del capitale sul lavoro). Aumentando a dismisura la produzione per addetto, il capitale si autocostringe a diffondere il plusvalore nell’intera società. Perciò ai suoi organi di comando la società appare come una massa indistinta, da sfruttare ad arbitrio, senza regole imposte da leggi economiche o da lotte rivendicative. Di fatto il capitale perde il controllo delle basi su cui è fondata la sua stessa esistenza, distrugge valore (plusvalore + salario). Così l’apparenza di una valorizzazione globale che si rende autonoma dal ciclo produttivo vero e proprio getta il suo sistema sociale in una situazione paradossale dove il capitalismo cerca di sopravvivere creando le condizioni per la sua eutanasia.

In tale contesto, molto più visibilmente che ai tempi di Marx, il proletariato non può più essere un semplice erogatore di forza-lavoro da cui estrarre plusvalore. Esso viene elevato alla funzione di classe distruttrice di vecchi rapporti in quanto già strumento di affermazione dei nuovi. Non nel senso che deve conquistare via via spazi maggiori all’interno del capitalismo, come scioccamente propone l’immediatismo riformista, ma, all’opposto, che non gli resta che abbandonare al suo destino la vecchia società, e abbattere ogni barriera che si opponga all’affermarsi di quella nuova. Spazi non ce ne sono più. Questa società, che offre alla classe subalterna una prospettiva di miseria senza fine, non può che esplodere e permettere all’uomo di balzare in un’altra.
Giunti a questo punto, se il lavoro in forma immediata è scaduto d’importanza, se il tempo di lavoro si riduce liberando tempo di vita, se il valore della forza-lavoro è diventato un’infima parte del valore complessivo pur rimanendo l’unica misura del valore, allora quest’ultimo non è già più l’unica misura possibile per la qualità d’uso, ovvero per ciò che soddisfa bisogni umani.

Ci sono tulle le premesse perché il vecchio e blindato involucro possa saltare, perché non ha più nessun nesso con il suo contenuto (Lenin). Qualcuno potrebbe aver l’impressione che siamo troppo ottimisti perché non ci sono avvisaglie di rivoluzione all’orizzonte. Stupidaggini, noi stiamo vivendo una rivoluzione, quel che manca è la rottura finale.

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One Response to Capitalismo moribondo e nuova società

  1. Lotus Flower says:

    Cari compagni,
    ho letto con attenzione la vostra analisi che ho trovato largamente condivisibile, ma sono rimasto un po’ deluso dalla chiusa politica.
    Chiudete in grassetto affermando che:

    “Ci sono tulle le premesse perché il vecchio …. involucro possa saltare … noi stiamo vivendo una rivoluzione, quel che manca è la rottura finale.”

    Ecco, non mi trovo molto. Se affermate che stiamo già vivendo una rivoluzione, se le premesse ci sono già tutte e se ciò che manca è solo la “rottura finale”… in realtà non avete detto niente, sostituite all’indagine del reale una vostra proiezione e non date risposte ai problemi pressanti del momento. Nella chiusa, seppure in estrema sintesi, si dovrebbe percepire una risposta a domande come: Qual’è il rapporto reale tra le classi? Cosa manca per avviare un processo rivoluzionario? Come affrontare gli ostacoli? qual’è il compito immediato dei rivoluzionari oggi?

    Anche perchè se non si danno risposte a queste domande, come voi mi insegnate, il capitalismo ha già la sua soluzione pronta. Socialismo o barbarie. Tutto è da fare e l’esito dipenderà solo da noi e dalla nostra capacità di esprimere direzione e organizzazione rivoluzionarie.
    A pugno chiuso.

    Lotus

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