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Published on maggio 6th, 2015 | by Militant

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Contro la violenza del sistema: rabbia o lotta rivoluzionaria?

La recente manifestazione di Milano contro l’Expo è stata l’occasione per rinnovare la campagna propagandistica delle forze politiche tradizionali e dei mass-media contro i “violenti”.
Ed ecco apparire la”Milano per bene” – cioè i funzionari del PD – a ripulire le strade vandalizzate dai black block, ecco le facce sorridenti e rassicuranti dei promotori dell’Expo contrapposte con superficiale facilità ai saccheggiatori.
Poco importa se dietro quell’evento c’è uno spreco straordinario di risorse mentre tanti non hanno di che vivere, mentre decine di migliaia di persone sono in procinto di attraversare il Mediterraneo in viaggi senza speranza pur di sfuggire alla fame.
Nulla importa che migliaia di giovani siano sottoposti, proprio in occasione della kermesse milanese,  a forme di sfruttamento quasi gratuito in cambio dell’illusione di un lavoro e che ciò diventi il laboratorio dello sfruttamento dei prossimi decenni.
Il problema è davvero quello della violenza dei manifestanti? O quello di un sistema che li costringe a vivere nel girone infernale di una vita priva di senso e di futuro? Alla loro rabbia Marx aveva dato l’indispensabile inquadramento teorico, analizzando i processi di formazione del valore e della sua distribuzione tra le classi, chiarendo che il problema non è quello di organizzare una migliore ripartizione dell’esistente ma quello di eliminare le classi e liberare il tempo di lavoro trasformandolo in tempo di vita.
Bologna RenziI ruffiani del sistema urlano per qualche vetrina sfasciata e qualche macchina bruciata, proprio loro che hanno saccheggiato le città e le risorse pubbliche (da Roma al Mose), loro che sfasciano la testa ai manifestanti (come fatto dagli scagnozzi di Renzi a Bologna), che distruggono le vite di milioni di proletari, costretti a una disoccupazione e un precariato senza fine, che privano del diritto alla casa e alla pensione, che riducono l’insegnamento ad una forma di servilismo verso i nuovi presidi elevati al rango di “ducetti”  al servizio del Ministro alla Pubblica Istruzione.

Se guardiamo più in là del presente immediato, è utile ricordare che le moderne vestali del sistema fanno parte di una classe che quando ha dovuto prendere il potere non è andata troppo per il sottile, ricorrendo all’uso sistematico della ghigliottina, del saccheggio colonialista ed imperialista, delle guerre sanguinarie e, non ultimo, della spremitura criminale (ancorché legalizzata) dei lavoratori sfruttati per far arricchire la classe dominante.
Ma torniamo all’oggi. Ormai non esiste più famiglia (tranne rare eccezioni) che non sia toccata dalla barbarie capitalistica, che non abbia parenti costretti a vivere nella fame o, con davanti a sé, lo spettro dell’indigenza.
Di fronte a questo macello sociale perché scandalizzarsi se qualche centinaio di manifestanti decide di indirizzare la propria rabbia contro i simboli, a partire dalle banche, di un sistema oppressivo e disumano?
La pancia e le braccia partono prima del cervello se non si ha  coscienza del perché si vive in questa situazione drammatica, se si è privi di organizzazione rivoluzionaria. Alcuni sostengono che i “black block” di Milano hanno rovinato la manifestazione. Da un certo punto di vista è vero.
Spaccare le vetrine forse non è intelligente e, se fossimo dalla parte della borghesia, pregheremmo il nostro dio perché tutto si fermi lì, perché la protesta non divenga lotta rivoluzionaria consapevole e conseguente.
E tuttavia i ragazzi incappucciati e con il casco, i poliziotti in fibrillazione, i ministri che sbraitano in difesa della loro “democrazia” sono gli epifenomeni di un sistema che non è in grado di progredire e che crea, giorno dopo giorno, le basi per la sua estinzione.

Baltimora rappresenta il ponte reale che congiunge la disperata reazione degli oppressi: in entrambi i casi si scende in piazza senza una prospettiva programmatica, solo per disperazione. Al di là dei limiti della rabbia e dell’incazzatura salutiamo positivamente il fatto che la scena politica non è dominata da tute bianche o da indignati come avveniva qualche anno fa. Emerge la punta di un iceberg che rifiuta le manifestazioni innocue e le rappresentanze dei defunti schieramenti della sinistra riformista e consociativa.
Mentre l’isterica propaganda borghese si scaglia contro i vandali di turno emerge sempre più l’insufficienza dei contenitori democratici-borghesi ad incanalare il malcontento.
Manca quasi del tutto il protagonismo della classe operaia, ancora succube delle direzioni sindacali e della dirigenza Fiom, a cui, a torto, lo strabismo di alcuni spinge a guardare come l’avanguardia di un futuro di lotte e di conquiste.
Resta la presenza di un sistema che non funziona più, incapace di elargire alla classe subalterna le briciole del banchetto dei profittatori, reso esiguo dalla crisi senza fine che lo attraversa.
Finché la protesta resta relegata all’ambito di facebook e non diventa consapevolezza che un altro sistema sociale è possibile, gli sfruttatori e il loro ceto politico potranno dormire sonni tranquilli ma, fossimo in loro, non ne saremmo poi così sicuri. Quando qualcosa di molto più credibile delle vetrine sfasciate, e cioè il programma rivoluzionario dei comunisti, prenderà la direzione delle lotte, il tempo della serenità per il dominio di classe della borghesia verrà definitivamente meno.

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