Approfondimento

Published on aprile 22nd, 2015 | by Militant

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La guerra, la crisi e le lobby delle armi

La guerra è il più grande affare che i governi in crisi possano compiere e garantisce il circolo di una quantità di denaro spaventosa. A confronto, il ritrovamento di un gigantesco pozzo petrolifero nel mezzo dell’Atlantico equivale agli spicci che troviamo nelle nostre tasche a fine giornata. Nel solo 2013 è stata calcolata una spesa militare mondiale pari a 1.747 miliardi di dollari, l’Italia ne spende 25 (si, miliardi! Anche se ufficialmente ci viene detto che se ne spendono solo 4). Gli Stati Uniti svettano incontrastati  con i loro 600 miliardi e posso essere raggiunti solo sommando la spesa degli altri 15 paesi che li seguono nella classifica redatta dall’IISS (international institute for strategic studies).

Le parole del nostro ministro della Difesa sono però chiare “Dobbiamo dare una mano alla nostra industria e alle sue eccellenze, perché questo può portare frutti a tutto il sistema-paese. Oggi (10 Febbraio 2015) presentiamo un progetto importante, che riguarda gli strumenti militari terrestri per i prossimi 30-40 anni”. E’ chiaro come questi progetti a lungo termine impongano che qualsiasi scenario di guerra rappresenti il salvagente per un’industria perversa, che muove il paese, perché altrimenti aumentare la produzione se si volesse la pace? Tutti questi sono solo numeri freddi, non sono i fiumi di denaro in sé che rappresentano il vero investimento per un mercato stagnante, bensì quello c’è dietro. Assunzioni e stipendi per il comparto di dipendenti amministrativi nei settori della difesa di ogni governo che specula sui conflitti in ogni parte del mondo in cui può essere coinvolto direttamente o indirettamente il proprio paese. L’ordinazione e il pagamento di tutti gli armamenti indispensabili per rimanere all’avanguardia contro il terrorismo incalzante, che rappresentano carburante per le industrie produttrici di armi, Finmeccanica in primis.

Proprio Finmeccanica, cedendo recentemente i suoi asset civili, ha intrapreso una vera e propria “via del riarmo”,orientandosi sempre di più verso i settori aeronautici e dimostrandoci che il nostro paese sta passando ad un modello strategico sempre più aggressivo. Finmeccanica possiede:  diverse S.p.A, come Alenia Aereospazio, Alenia difesa e la divisione Otobreda; la metà di Alenia Marconi e di Elettronica S.p.A; l’Ansaldo e l’Elsag, Fincantieri e quella parte della FIAT deputata alla produzione di armamenti. In tutto il mondo industrie simili a Finmeccanica permettono di muovere anche le industrie per l’estrazione dell’acciaio, da utilizzare per la costruzione di carri armati, navi, aerei elicotteri e sfilze di oggetti bellici ,che potranno essere mossi solo dal petrolio, che potrà così essere acquistato in grandi quantità. Possibilmente il circolo di denaro totale potrebbe anche essere futile e a somma zero, immaginando che il petrolio venduto dall’Arabia Saudita per muovere i motori delle fabbriche di armi finanzierà le spese per l’acquisto delle stesse armi prodotte da usare nel medioriente.

L’importante è produrre, produrre per il massimo profitto e poter produrre ancora, il capitalismo è questo. I capitalisti di tutto il mondo benedicono l’Arabia, che nel 2013 è balzata al quarto posto tra i paesi che più spendono per armarsi, 60 miliardi di dollari. L’Italia poi deve molto a questa monarchia assoluta, considerando che è il suo 1° cliente, che nel 2013 ha fatto incassare 300 milioni di euro. Disponiamo solo dei dati ufficiali, ci domandiamo quanto frutti il commercio illegale di armi. L’importante è far muovere un mercato fermo, il legame che la globalizzazione ha prodotto tra le industrie di tutti i paesi del mondo è la chiave che rende la guerra il miglior carburante per la società capitalista mondiale. Questo si chiama Imperialismo e permea la società di tutti i paesi del mondo. I morti, la sofferenza, la fame, l’insensatezza nel mantenere 1/3 del globo in eterno conflitto, non sono dovuti alla balordaggine e alla stupidità dei governanti, ma da un sistema che necessita della guerra per uscire da una condizione di crisi.

In Italia sarebbe compito del Parlamento vigilare sull’export bellico nazionale e sulle spese gestite dal Governo ma le relazioni annuali del governo su questa materia continuano a non essere prese in esame: ancora una volta nemmeno il sistema “democratico” riesce a garantire alcunché. Come si possono predicare, in Italia, pace e nonviolenza quando viene tracciato un percorso di produzione che si speri duri 30-40anni? Il Parlamento piega la testa davanti alle esigenze delle lobby delle armi, che in Italia sono una punta di diamante capitalista estremamente sviluppata e florida. Ovviamente c’è solo responsabile di tutto questo, la necessità dell’arricchimento, per la sopravvivenza delle industrie, che in cambio di ingenti finanziamenti assicurano assunzioni, stipendi e lavoro.

Nessuna necessità può però essere messa avanti rispetto a quella delle popolazioni, che subiscono le guerre, per questo il sistema capitalista risulta inumano e mostruoso e la necessità di cambiarlo rappresenta l’unica via d’uscita per ottenere una pace solida.  Nessun orgoglio nazionale può essere messo davanti alla sicurezza delle popolazioni che subiscono i danni di questo profitto. Ogni comunista è contro la guerra tra popoli e contro l’imperialismo. Ogni comunista è contro l’industria delle armi di qualsiasi nazione. I comunisti sanno che le attività strategiche per il mantenimento della operatività delle forze armate non garantiscono la pace e l’equilibrio ma sono funzionali per dominare esternamente e internamente le popolazioni e investire denaro in attività molto redditizie. Ogni comunista vuole l’abbattimento del sistema capitalista per realizzare una pace reale e non guerre fredde tra superpotenze. Oggi combattiamo contro l’imperialismo e le industrie che da esso dipendono anche per dare l’unica risposta possibile all’esodo di massa di miliodi di persone che fuggono da fame e guerra.

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