Approfondimento

Published on aprile 17th, 2015 | by Militant

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La nostra Costituzione

Alla vigilia del 25 aprile risuscitano ancora una volta le nostalgie costituzionaliste della “sinistra” italiana.
E ciò non solo attribuendo  – falsamente e tendenziosamente – alla Resistenza e ai partigiani l’obiettivo di realizzare la Costituzione, oggi vigente in Italia, ma trasformando quella carta costituzionale nell’obiettivo politico per cui battersi.
A titolo esemplificativo sottoponiamo all’attenzione dei compagni quanto scrive Fassina su “Il manifesto”: “E’ ineludibile affrontare la radicale contraddizione ben illustrata da Vladimiro Giacchè tra l’ordine costituzionale dell’eurozona, retto dalla cultura della stabilità dei prezzi e della svalutazione del lavoro, e la nostra Costituzione, come e più delle altre costituzioni post-belliche, orientata dal principio della democrazia fondata sul lavoro. Ecco la sfida storica di fronte alla sinistra in cerca, in Italia e in Europa, di un’alternativa di governo”.
La citazione che abbiamo scelto non è per nulla casuale; mette assieme, infatti, la sinistra PD, l’organo ufficiale della lista “Tsipras” e della “coalizione sociale” di Landini, e uno dei punto di riferimento della cosiddetta “sinistra alternativa”.
Si tratta di un obiettivo falso e fuorviante che, per l’ennesima volta, spinge in una posizione di retroguardia i movimenti di lotta per la trasformazione, politica e sociale, dandogli obiettivi estranei  ai propri interessi di classe.
Pur non pretendendo di trattare in modo esaustivo la questione in un articolo, riteniamo doveroso chiarire il nostro punto di vista sulla questione.
Partiamo dall’inizio e cioè da Marx che per noi rappresenta il punto di riferimento, quanto mai attuale. Nella sua analisi critica dello Stato moderno Marx identificava nella divisione della società in classi e nella divisione capitalistica del lavoro la radice del carattere oppressivo dello Stato.
“L’anarchia della società civile (cioè della sfera economica n.d.r.) è il fondamento della situazione pubblica moderna,  – scriveva Marx nella Sacra famiglia – così come, a sua volta, la situazione politica è, dal canto suo, garanzia di questa anarchia”; “tutte le lotte nell’ambito dello Stato – si legge  nell’Ideologia tedesca – la lotta fra democrazia e monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc. ecc. altro non sono che le forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi”: perché la “comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria ma anche una nuova catena”.
Nel Manifesto troviamo la definizione dello Stato come “un comitato che amministra gli affari comuni di tutta quanta al classe borghese” e del potere politico  come “potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra”.
Non ci risulta che il quadro sia cambiato, nei suoi aspetti essenziali, nel corso dei decenni che ci separano dal momento in cui Marx analizzava il ruolo di classe dello Stato e il carattere illusorio e vacuo  della lotta interna agli schemi del diritto e delle costituzioni borghesi.
Fatta questa premessa, che senso ha sventolare la bandiera della Costituzione italiana come se fosse il programma politico attorno al quale mobilitare l’opposizione al nemico di turno (Berlusconi, Renzi, la troika, ecc.)?
Non ha davvero nessun senso visto che la Costituzione italiana garantisce la riproduzione dei rapporti sociali capitalistici, assicura la centralità del profitto e crea le condizioni per la ricerca del massimo profitto.
L’articolo 41 prevede che “L’iniziativa economica è libera”. Se l’iniziativa economica è libera ciò non può che significare che il profitto è legittimo e costituzionalmente garantito e nessuno può imporre ai capitalisti di investire ed in particolare di investire senza profitto o con un profitto che essi ritengono poco conveniente.
La Costituzione “nata dalla Resistenza” ha così assicurato la libertà essenziale per il capitale, quella di rifiutarsi di funzionare come tale, legittimando e consacrando la possibilità di crisi economiche, di disoccupazione e precarietà, di diminuzione della produzione, con tutto il seguito di miserie che queste crisi – come dimostra in maniera fin troppo evidente quella attuale – portano con sé.
La cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia non è altro che una forma di sciopero del capitale per ristabilire il pieno dominio sugli operai e ricostituire margini di profitto che siano considerati remunerativi.
Garantendo al capitale la duplice libertà di ritirarsi temporaneamente dalla produzione e di muoversi liberamente entro i diversi settori della produzione, o di investire all’estero, la Costituzione garantisce sia la libertà del profitto privato che la libertà del massimo profitto che, nel sistema capitalistico è la misura della validità sociale della produzione.
E’ appena il caso di rilevare che i limiti astrattamente previsti all’impiego del capitale, sempre largamente inattuati, in ogni caso non potevano (né volevano) mai mettere in discussione il principio cardine su cui si regge la “democrazia” post-bellica in Italia: quello della garanzia del profitto.
La Costituzione italiana – proprio quella che alcuni soggetti particolarmente smarriti nella sinistra pretendono di elevare a obiettivo di latta – sacralizza anche, e conseguentemente, i rapporti salariati.  L’art. 36 prevede e disciplina al riproduzione della forza-lavoro e, al di là delle formulazioni retoriche, non sancisce in alcun caso il diritto del lavoratore ad una retribuzione pari al valore prodotto dal suo lavoro: è pacifica e intangibile la costituzionalizzazione del furto di lavoro perpetrato dai capitalisti che estorcono pluslavore (cioè, appunto, lavoro non pagato) ai lavoratori.
In altri termini, e per essere ancora più espliciti, per il superamento del modo di produzione capitalistico, fondato sullo sfruttamento e responsabile della miseria crescente in cui vivono milioni di proletari non resterebbe altra soluzione, sul piano giuridico, che farla finita con la Costituzione, con questo vecchio arnese della borghesia degno di essere relegato nel museo della storia.
Ad essa contrapponiamo la nostra Costituzione, l’unica per la quale ci battiamo, quella sovietica del 1918 che, a quasi cento anni dalla sua promulgazione, mantiene un carico formidabile di attualità con cui fare i conti.
La realizzazione di un sistema di libertà concrete in cui le strutture di privilegio del sistema capitalistico vengono accantonate, in cui non esiste la scissione tra diritti concreti (che spettano ai capitalisti) e diritti astratti (che spettano ai lavoratori), in cui cade ogni separazione tra governanti e governati e gli unici “poteri forti” sono quelli dei lavoratori organizzati per prendere in mano le redini del loro futuro. Ecco, quella Costituzione nata dall’Ottobre rosso è la nostra Costituzione, sintesi formidabile di un futuro da realizzare, di un mondo nuovo da conquistare.

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