Approfondimento

Published on ottobre 2nd, 2012 | by Militant

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Mafia-fascisti-stato: un trio indissolubile

-Guida alla lettura: in grassetto i nostri commenti all’articolo che ne riassumono i punti salienti, virgolettati gli estratti dell’articolo e di seguito potete leggere il PDF del documento completo: Il principe nero del Duemila

Antonio Mazzeo, in uno dei suoi eccellenti e completissimi articoli giornalistici, racconta la storia quasi romanzesca di Rosario Cattafi, boss mafioso Barcellonese (ME) recentemente finito in galera.

Interessantissima la storia di questo boss mafioso dirigente dei circoli fascisti più estremisti nonchè collaboratore dei servizi segreti.

La nostra attenzione si concentra su queste vicende per smascherare un patetico tentativo dei “fascisti del terzo millennio” di crearsi una nuova identità come paladini dell’antimafia.
Decenni di storia di tutta Italia e del meridione in particolare ci mostrano come mafia, stato e organizzazioni fasciste siano state strettamente legate da comuni interessi e scambi di favori.
Fascisti e mafia, spessissimo braccia armate di questo stato in mano agli interessi massonici capitalisti, hanno vissuto e convissuto con l’unico obiettivo di reprimere ogni forma di resistenza allo sfruttamento e al potere borghese per accrescere la forza della ristrettissima classe dirigente italiana.

Sul boss mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, Cattafi, si apprende dalle dichiarazioni del pentito Avola:

So, per quello che mi ha detto Calogero Campanella, che Cattafi apparteneva ai servizi segreti, che scambiava favori con personaggi dei servizi. Ci faceva dei favori, degli omicidi e loro ci facevano passare della droga, coprivano i reati diciamo. I favori li faceva ai servizi segreti. E loro in compenso, se lui passava delle armi o grossi quantitativi di droga, non lo arrestavano. Davano il passaggio libero”.

Cattafi, in gioventù studente universitario in giurisprudenza a Messina, era esponente di spicco dell’ambiente fascista locale e in breve tempo divenne famoso per la sua partecipazione ad aggressioni e sparatorie contro esponenti della sinistra universitaria.

Per tali reati più volte venne denunciato e condannato insieme ad altri camerati appartenenti a gruppi quali Avanguardia Nazionale, Fronte nazionale, MSI, FUAN ecc.

Tuttavia, la protezione di cui godevano queste associazioni a livello universitario e delle forze dell’ordine permisero il proseguimento di tali attività per anni ed anni fin quando Cattafi venne costretto a lasciare gli studi e Messina per andare al nord-Italia e continuare qui e poi all’estero le sue attività criminali sempre con l’appoggio dei servizi segreti.

Cattafi si muoveva con disinvoltura all’interno del variegato arcipelago neofascista e neonazista che mise sotto scacco la vita dell’Ateneo di Messina tessendo diaboliche alleanze con gli affiliati alle ‘ndrine calabresi, le prime “famiglie” del messinese, i circoli esoterici più reazionari e i doppi e tripli agenti segreti delle cellule militari e paramilitari filo-atlantiche. Rosario Cattafi, al tempo studente di giurisprudenza e militante della destra eversiva, fu protagonista di azioni squadriste, pestaggi di giovani di sinistra, risse aggravate e danneggiamenti (…).
Tollerate e protette dalle forze dell’ordine e dai vertici accademici, le organizzazioni neofasciste decisero di radicalizzare i mezzi e le forme di lotta. Dalle spranghe e le catene si passò alle armi e agli attentati incendiari.
(…) Le due ultime sentenze di condanna furono appellate dall’allora procuratore generale della Repubblica, Aldo Cavallari, che denunciò pubblicamente lo “stato di extraterritorialità” in cui era caduto l’ateneo di Messina. “C’è una mafia universitaria irriducibile, selvaggia, ladra, prevaricatrice, che impone la sua volontà e la legge della violenza, che vive e prospera per l’omertà generale dell’atterrita classe studentesca, dei dirigenti, degli impiegati amministrativi e anche dei rappresentanti del corpo accademico”, scrisse il dottor Cavallari. “Le forze che potrebbero porre un valido argine al dilagare di questo potere mafioso nella Casa dello studente sarebbero la magistratura e la polizia, ma l’una e l’altra non avvertirono, nei confronti della classe studentesca, quell’esigenza di repressione e prevenzione che pure si avverte nei confronti dei delinquenti appartenenti ad altra classe sociale”. Solo dopo la requisitoria del magistrato, il 27 febbraio 1976, il Senato accademico decise di sospendere gli studenti coinvolti in episodi di squadrismo, primo fra tutti il Cattafi che dovrà attendere più di vent’anni per completare gli studi di giurisprudenza e divenire avvocato”.

Interessantissime le informazioni circa la complicità del boss con i servizi segreti per i quali

venivano eliminati personaggi scomodi allo stato, per i motivi più svariati, e ai quali forniva informazioni su clan avversari a quello di Santa Paola in cambio di “favori” (spesso coperture per il traffico internazionale di armi, di droga ecc.).

È ancora Giovanni De Giorgi a offrire elementi inediti sull’ambiguo ruolo assunto da Rosario Cattafi nell’indagine sui mandanti e gli esecutori dell’attentato mortale al procuratore di Torino. “Ad un certo punto riferii al Cattafi che Enrico Mezzani, persona che frequentavamo a Milano, era un agente dei servizi e che da lui in cambio di notizie avremmo potuto ottenere vantaggi”, ha spiegato l’operatore finanziario. “Inizialmente il Cattafi provò a cavalcare la cosa, più che altro dando notizie inerenti organizzazioni mafiose avversarie della sua; è in questo contesto che indicò come autori dell’omicidio del giudice Caccia i Ferlito”. Informazioni sugli acerrimi nemici di Santapaola dunque, in cambio di vantaggi e favori, primo fra tutti l’impegno (poi disatteso) del Mezzani, sedicente agente del Sisde, alla concessione del porto d’armi al barcellonese. E in piena guerra tra spioni e controspioni, il 17 aprile 1984 Enrico Mezzani rivelò al giudice Di Maggio di aver appreso da Cattafi che il medesimo nell’estate del 1983 aveva partecipato ad una riunione, “presenti tra gli altri Nitto Santapaola ed un parlamentare democristiano”, in cui si era parlato di una fornitura di armi destinate all’esecuzione di un attentato ai danni dell’allora giudice istruttore Giovanni Falcone”.

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