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Published on ottobre 14th, 2011 | by Militant

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Nessuna unione nazionale: lotta di classe contro il massacro capitalista!

 

 

 

 

 

 

 

Dopo aver lasciato, per un’intera estate, alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia il ruolo di portavoce unico delle cosiddette “parti sociali” (espressione con cui ci si riferisce a Confindustria e sindacati, portatori di un presunto interesse comune di padroni e operai), dopo aver siglato il 27 giugno il putrido accordo tra le direzioni di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria la Camusso ha infine proclamato per il 6 settembre uno sciopero generale di otto ore.

La proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil è, in effetti, una novità: per quasi tre anni, fino allo scorso 6 maggio, la principale confederazione sindacale italiana si è rifiutata di indire uno sciopero generale. In realtà, è uno sciopero che per la burocrazia Cgil rappresenta al contempo l’ammissione di una sconfitta (l’accordo del 28 giugno si è rivelato un boomerang per il sindacato, aprendo la strada alle manovre di Sacconi, Tremonti e Berlusconi che hanno colto la palla al balzo per ridurre ulteriormente il ruolo della Cgil nella contrattazione) e il tentativo di rientrare nel gioco.

 

Gli accordi del 28 giugno hanno rappresentato un patto tra sindacati e quei settori (maggioritari) della grande borghesia che non si riconoscono più in Berlusconi e che puntano a un cambio di governo (preferibilmente un governo tecnico per evitare le elezioni).

Senza questa premessa, difficilmente si comprenderebbe che differenza passi tra l’accordo del 28 giugno (che prevedeva lo smantellamento del contratto nazionale e la limitazione del diritto di sciopero previa l’approvazione tramite referendum truffaldini) e la proposta di Sacconi (che prevede la stessa cosa, senza referendum). In realtà, la burocrazia Cgil ha letto tra le righe del decreto ciò che a essa interessa: che questo governo non ha interesse a tornare alla concertazione e preferisce forzare la mano. Il motivo per cui la Camusso, dopo aver affondato la testa nel fango a fine giugno, ha deciso di rialzarla chiamando i lavoratori allo sciopero generale, può essere così efficacemente riassunto: dimostrare al governo che in questa fase gli conviene riassumere la Cgil nel gioco concertativo.

La piattaforma dello sciopero generale Cgil è una conferma di quanto diciamo. E’ una piattaforma che ricalca, grossomodo, la cosiddetta “contromanovra” del Pd. La Cgil chiede lo stralcio di alcuni punti della manovra, ma allo stesso tempo propone una ricetta “per uscire dalla crisi” che non mette minimamente in discussione gli interessi di fondo e i privilegi della grande borghesia italiana. Tanto per fare qualche esempio: si accetta il pagamento del debito come necessità ineludibile, chiedendo solo l’allungamento di due anni della decorrenza dei vincoli di bilancio; si chiede l’emissione immediata di Eurobond, come se questo offrisse qualche vantaggio ai lavoratori; si rivendica il federalismo; si insiste sul ruolo fondamentale dei fondi pensioni, definiti addirittura come una risorsa strategica (forse perché l’apparato Cgil ha molti interessi economici nella gestione degli stessi?); si approva il taglio alle spese dei ministeri; si chiedono maggiori incentivi pubblici per le imprese; addirittura, si chiede un potenziamento dell’apprendistato (cioè di contratti da fame per i giovani lavoratori) con incentivi alle industrie che ne fanno uso. Se escludiamo qualche rivendicazione di facciata a difesa dei cosiddetti “beni comuni” e la richiesta di una tassazione delle “grandi ricchezze” e dei “grandi immobili”, la piattaforma della Cgil toglie ben poco alla classe padronale.

Il nostro problema non è escogitare nuove ricette per un capitalismo migliore: sono state tutte provate, dal New Deal in poi, e il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi. Occorre lavorare perché i lavoratori non cadano nella trappola dell’unità nazionale in cui tutti, partiti, sindacati confederali, associazioni di banche e imprese vogliono farli cadere con l’idea che sotto la minaccia della “speculazione” occorre prima salvare la barca su cui tutti stiamo. Con questa idea da sinistra più ancora che da destra sono sempre stati imposti sacrifici ai lavoratori, e il risultato è che le differenze tra ricchi e poveri, tra borghesi e proletari sono aumentate in Italia negli ultimi 15 anni.

Opponiamoci alla concertazione tra sindacati dei lavoratori, Confindustria, associazioni di commercianti, padroncini, banche, governo e partiti d’opposizione.

Solo l’opposizione dei lavoratori può costringere chi si è arricchito a pagare i conti del suo Stato, e impedire che siano ancora una volta i lavoratori a pagare, con un aumento delle tasse (ora l’IVA?), il blocco e ritardo delle pensioni, i tagli ai servizi pubblici, la flessibilità in uscita (leggi: libertà di licenziamento) del mercato del lavoro con l’abolizione dell’articolo 18.

Dalla Spagna al Portogallo, dalla Grecia all’Inghilterra, gli eventi degli ultimi mesi dimostrano che la crisi del sistema economico, come sempre nella storia, ridà fiato alle lotte di massa. L’Italia è il fanalino di coda, anche grazie al fatto che il più grande sindacato di casa nostra, la Cgil, ha finora solo finto di chiamare i lavoratori alla lotta.

Oggi, allora, è necessario aderire allo sciopero generale: ma per farne l’inizio di una stagione di lotte di massa anche nel nostro Paese. Perché ciò avvenga occorre trasformare quello sciopero in una mobilitazione ad oltranza con la costruzione di comitati di lotta in ogni città e luogo di lavoro, in un percorso che sfoci in un grande sciopero prolungato fino a piegare governo e padronato.

Per questo, il collettivo Red Militant sarà in piazza il 6 settembre.

Collettivo Red Militant

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