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Published on ottobre 28th, 2011 | by Militant

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Un falso dilemma: violenza/non violenza, al servizio dell’ordine costituito

In occasione delle recenti manifestazioni, si è potuto assistere alla riproposizione del dogma della non violenza, elevato a valore assoluto, astorico, metafisico, posto come la chiave di lettura della bontà e della legittimità delle mobilitazioni. La non violenza diventa il timbro che deve marchiare il manifestante, il recinto da cui non si deve uscire.

Facciamo un passo indietro. I manifestanti coordinati di mille città in ottanta paesi hanno alzato cartelli con un messaggio essenziale e quindi massimamente efficace. Siamo il 99% e quell’altro 1% detta legge, si pappa tutto e ci costringe al girone infernale del bisogno insoddisfatto. Elementare. Marx ha dato una sistemata alla faccenda dal punto di vista teorico, individuando i processi di formazione del valore e quelli della sua distribuzione fra le classi (Il Capitale, libro III, I redditi e le loro fonti). Come si sa, è giunto alla conclusione che non è questione di ripartire equamente il valore ma di eliminare le classi e di trasformare il tempo di lavoro in tempo di vita.

Mai le rivoluzioni sono avvenute per ripartire la ricchezza secondo “giustizia”. La borghesia, proprio quella che continua ad alzare al cielo insopportabili lamenti sul “sacco di Roma” (cioè su tre auto bruciate e qualche vetrina rotta), coadiuvata da un servizievole stuolo di ruffiani, ha fatto fuori i feudali non certo chiedendo loro se per favore si toglievano dai piedi: ha fatto lavorare la ghigliottina a orario continuato, ha sconfitto eserciti dinastici, ha messo a ferro e a fuoco l’Europa intera e ha continuato il lavoro colonizzando il mondo con i metodi che sappiamo. Soprattutto ha piegato alla schiavitù salariata miliardi di proletari cavandogli il sangue. Oggi parla di non-violenza mentre ha appoggiato la macelleria libica, una guerra tribale pilotata che galleggia su un mare di petrolio. Violenza da parte di chi e su chi?

Perché, si chiedono i custodi della tranquillità capitalistica, fra mille città, solo ad Atene e Roma ci sono state violenze? E sottintendono la presenza eversiva cosiddetta anarco-insurrezionalista. Fingono di non sapere che da febbraio fibrilla il mondo. Hanno rimosso le banlieues di Parigi e Londra. Hanno relegato alla storia gli incendi di Chicago, Watts, Los Angeles. Credono di poter usare contro il “comunismo” le duecentomila rivolte all’anno dei proletari e contadini cinesi.

Se proprio vogliamo dare un senso alla domanda, vediamo che ad Atene si licenzia e si taglia fino a costringere decine di migliaia di persone ad abbandonare le città per tornare in campagna dove qualcuno può almeno sopravvivere. Vediamo che in Italia ci sono circa dieci milioni di lavoratori “atipici”, cioè precari supersfruttati. Due o tre milioni sono disoccupati. Non esiste più nessuno che non sia coinvolto in questo macello, che non abbia qualche congiunto costretto a vivere con l’aiuto altrui, che non veda intorno a sé qualcuno praticamente alla fame. Anche un cretino capirebbe che, per puro calcolo statistico, fra la massa dei milioni di giovani incazzati qualche migliaio per forza incomincia ad agitarsi ed a scaricare la rabbia contro i simboli di coloro che ti promettono il paradiso del dio denaro e poi te lo negano.

Pancia e gambe precedono la sistemazione teorica, l’organizzazione viene per ultima. “Non vogliamo leader!” gridano i giovani in mille città: c’è da sperare abbiano capito che i leader possibili adesso sono solo gli emissari infiltrati di quell’1% ricordato dai cartelli. È ovvio che prima o poi dovranno pensare ad organizzarsi. Facebook non basta e lo stato ha tutto l’interesse a fare una bella confusione, indignados e ultras, marxisti e delinquenti. A Londra la politique-politicienne, cioè la politica possibile oggi, ha sposato la delazione più turpe. Ad Atene ha bastonato i violenti facendo picchetto in difesa del parlamento. A Roma ha schierato un campionario impressionante di sbirri improvvisati, compresi dei patetici ex spaccatutto, molto più oltranzisti degli sbirri di stato. Era ora che venissero a galla questi campioni della politica. I margini per la mistificazione si fanno sempre più stretti, si capisce bene che gli spaccavetrine, qualunque cosa pensino o dicano di sé stessi, rappresentano una efficace cartina di tornasole. Violenza? Suvvia, a parte lo storico avvento della borghesia, è fin troppo banale far presente che solo in Italia, quotidianamente, ci sono tre morti sui posti di lavoro, che le amate automobili andate arrosto ne provocano una dozzina, che la malasanità ne provoca una trentina, senza parlare delle guerre, ecc. ecc.

C’è chi dice che gli attacchi dei ragazzotti, le fiamme, le cariche, gli arresti e tutto quanto hanno offuscato la grande manifestazione dei 300.000 di Roma e quelle contemporanee svoltesi in altre mille città. È vero. Ma è perché gli organi d’informazione guadagnano sugli eventi eclatanti e non sulla grigia routine. E le manifestazioni-processione senza costrutto sono diventate, appunto, grigia routine. Niente è più soporifero del tran-tran sindacale, niente è più malinconico dei ragazzi che gridano “no alla violenza!” mentre si beccano botte da orbi dalla polizia (visto a Madrid). Niente è più mistificante che autodefinirsi “indignato” invece che incazzato, ribelle, sovversivo, magari comunista (sempre che si sappia ancora che cosa voglia dire).

S’indigna l’intellettuale borghese, il prete, il moralista. Per dovere professionale fingono di indignarsi anche il politico e il giornalista. Ma è facile constatare quanta efficacia abbiano avuto sessant’anni di indignazione contro le manifestazioni del potere borghese. Meno male che la copertura mediatica ha trascurato la palude dei candidi indignati e dei funesti politicanti mostrandoci diffusamente la poco digeribile punta dell’iceberg. Il potenziale tellurico che ha sconvolto mezzo mondo ha solo due possibilità per continuare a manifestarsi: o maturare verso forme radicali, dandosi obiettivi e organizzazione, o integrarsi nella pratica politica corrente.

Milioni di persone hanno sfidato le armi degli stati rischiando la pelle, senza una prospettiva programmatica, solo perché ne avevano abbastanza di una vita senza senso. Le fotogeniche fiammate, i ragazzi mascherati, le falangi poliziesche delle metropoli occidentali, sono epifenomeni di un marasma planetario, la posta in gioco è la sopravvivenza di un sistema che ormai fa acqua da tutte le parti. Paradossalmente, proprio dove la mistificazione è massima, massimo è il potenziale. La borghesia occidentale aveva appena tirato un sospiro di sollievo dicendo che “sì, in Nordafrica e in Medio Oriente ci si batteva per la democrazia, ma qui che la democrazia c’è”. Ecco che la risposta è venuta, più rapida del pensiero omologato: anche “qui” in mille città, milioni di persone lottano contro la vita senza senso. Nei cartelli del 99% non c’è una rivendicazione, solo una constatazione. Sarà dura imboccare una strada nuova, ma quale “rivendicazione”, quale “riforma” potrà mai scalzare la natura di un sistema sociale? Quando a New York un migliaio di dimostranti ha cercato di fare un sit-in sul ponte di Brooklin, la polizia ne ha arrestati 700. Dopodiché il sindaco ha concesso una piazza-ghetto in cui possano sfogarsi senza rompere le scatole.

Classico. E poi? La borghesia americana, quell’1% che conta, ha già manifestato i suoi sentimenti: “Ammazzate quei bolscevichi, fateli a pezzi”. L’avevano già detto a proposito dei liberi hackers della rete. Indignatevi, se volete.

Si sa, molti a voce rifiutano la “violenza” ma in cuor loro ne hanno piene le tasche di demagogia e sono contenti quando si rompe il mortorio delle processioni. Comunque a Roma la gran massa dei manifestanti è rimasta inattiva sia rispetto ai “teppisti” sia rispetto agli improvvisati sotto-sbirri e ai vecchi nostalgici del PCI. Questi ultimi si sono trovati del tutto impreparati. Finito il tempo dei nutriti servizi d’ordine, incarogniti dall’impotenza, si sono limitati all’invettiva.

Una parvenza di organizzazione da parte degli spacca-vetrine ha prodotto varie dietrologie su chi manovra chi e che cosa. In realtà l’organizzazione era unica, basata sui moderni mezzi di comunicazione, condivisi, internazionali. Una spontaneità ordinata alla quale si sono accodati i vecchi organismi politico-sindacali.

Molto interclassimo, dunque. Proletariato del tutto assente in quanto classe. Un pallido accenno di polarizzazione sociale che ha contrapposto chi è o crede di essere contro il capitalismo e chi vi si adagia più o meno comodamente utilizzando tutte le sue categorie politiche, sindacali, parlamentari, democratiche. Una buona dose di isteria borghese dovuta a semplice e inequivocabile paura. Niente che possa impensierire davvero gli apparati della classe dominante, se non l’inquietante (per loro) estendersi planetario della protesta e della sua organizzazione in rete. Sullo sfondo di una società che non funziona più, vengono a mancare le salvifiche, proverbiali, corruttrici briciole del banchetto.

Il processo in corso è irreversibile. Dalla crisi storica dei rapporti di valore non si esce. I riflessi sulla società potranno produrre caos, demagogia o repressione, ma già adesso si sente nell’aria che le vecchie categorie politiche sono lasciate in appannaggio a isterici zombie. Il capitalismo non è al momento in pericolo se non a causa di sé stesso. Ma si fa strada la convinzione che può non essere l’unica forma sociale possibile. Spaccare vetrine è inutile e anche un po’ stupido, ma se fossimo nei panni di un borghese pregheremmo la Madonna martirizzata di Roma affinché la massa degli incazzati non si metta ad escogitare qualcosa di utile e intelligente. Cosa che invece succederà.

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