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Published on dicembre 27th, 2011 | by Militant

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USCIRE DALLA CRISI O DAL CAPITALISMO IN CRISI? pt.2

Parte2

Sulla crisi e il movimento comunista

In quest’intervento voglio soffermarmi sulla questione della crisi del sistema capitalista e dell’alternativa a questo sistema, questione centrale non solo per noi comunisti ma, soprattutto, per le sorti delle masse popolari, sempre più immiserite e schiacciate sotto il peso dei cosiddetti provvedimenti anticrisi.

La Grecia ha fatto da apripista; su quella falsariga in numerosi stati, Italia inclusa, governi e parlamenti borghesi, intervengono colpendo pesantemente il salario diretto e quello differito e smantellando gli ultimi brandelli dello stato sociale. Tutto ciò comporta un conseguente aggravarsi delle condizioni occupazionali, un’impossibilità dell’incremento del pil, un ulteriore incremento degli interessi sul debito, con la conseguenza che i “provvedimenti anticrisi” non risolvono il problema perché il reddito nazionale resterà comunque inferiore al debito e quest’ultimo continuerà ad accrescersi.

Che fare quindi?

Nel campo della cosiddetta sinistra si esprimono proposte comunque interne all’attuale modo di produzione capitalistico: si va dalla riproposizione delle vecchie (ed impraticabili) ricette di stampo keynesiano alla proposizione di un modello di produzione fondato sul ricorso alle energie alternative, ma pur sempre all’interno dell’intoccabile cornice della società capitalistica.

Pensiamo ad esempio a quanto scrive Paolo Cacciari sul Manifesto (29 ottobre) quando formula la seguente proposta. “se provassimo a mettere la cura e la fruizione dei nostri beni comuni (l’acqua, la terra, le foreste, il patrimonio naturale ma anche quello culturale: la conoscenza, i saperi) al centro della nostra idea della società, riusciremmo facilmente e con grande soddisfazione individuale e collettiva a fare a meno dell’ossessione del PIL”.

Ma in quale tipo di società, in quella capitalistica? Oppure si tratta di riorganizzare la sua società, partendo dai suoi elementi strutturali che assicurano la vita sul pianeta e il benessere dell’umanità partendo da un assetto societario socialista, l’unico che può porre fine all’attuale situazione e fare uscire l’umanità dal baratro in cui il sistema capitalistico la sta relegando?

Dello stesso filone fa parte l’economista Latouche che propone un economia in decrescita, cioè una riproduzione capitalistica più oculata.

Nei casi esaminati ci si ostina ad evitare di porsi il vero problema: quello della transitorietà del capitalismo e, conseguentemente, non si comprende che la crisi scaturisce non da motivi congiunturali – cioè legati a questioni comunque risolvibili all’interno dell’attuale assetto societario – ma strutturali cioè che mettono in discussione il processo di accumulazione capitalistico.

Strutturali perché conseguono ad un processo iniziato a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, conseguente alla crescita della composizione organica del capitale cioè all’aumento del capitale costante (macchinari) a discapito del capitale variabile (salari). L’introduzione dell’elettronica nei processi lavorativi e l’estensione internazionale del mercato mondiale, con la possibilità di ricorrere a manodopera a basso costo lontano dai centri di produzione dell’Occidente capitalistico ha completato l’opera. I capitali investiti hanno incontrato una sempre maggiore difficoltà di remunerazione e si sono verificati quei meccanismi descritti da Marx nel III Libro del Capitale e che vanno sotto il nome di caduta del saggio medio di profitto.

Non mi soffermo molto sulla questione, già anticipata da un altro compagno nel suo intervento.

Tuttavia alcuni approfondimenti mi sembrano necessari per mettere in rilievo il contributo determinante, imprescindibile che il pensiero di Marx ha dato nel’individuare le cause e la via d’uscita all’attuale situazione, consentendoci di non brancolare nel buoi, di non procedere attraverso tentativi basati su un empirismo cieco o sulla riproposizione di ricette fallimentari, tipiche di un riformismo fuori tempo massimo.

Il meccanismo è il seguente: quando la produzione di merci non garantisce una adeguata valorizzazione del capitale questo si sposta via via verso attività finanziarie speculative, tentando di scavalcare la produzione e intasando il mondo con una massa enorme di valore fittizio.

E’ il sistema sponsorizzato dagli USA a partire dal periodo di Reagan che, con la complicità del dominio militare, ha comportato la progressiva finanziarizzazione dell’economia e la creazione dell’illusione che il capitale si potesse valorizzare solo per via monetaria (D-D’) e non attraverso il ricorso ai cicli produttivi (D-M-D’).

Per un certo periodo sembrava quasi che Marx venisse smentito dai fatti: si assisteva alla produzione di nuovo valore per il capitale senza ricorrere alla estrazione di plusvalore; in realtà questo capitale, per continuare ad essere remunerativo, aveva bisogno di un’ulteriore contrazione del costo del lavoro e di una intensificazione dello sfruttamento a livello planetario, attraverso la sua massiccia applicazione a mercati come quelli del paesi dell’Est. L’accesso alle nuove frontiere dello sfruttamento ha dato ossigeno al sistema per alcuni anni, ma recentemente la massa del capitale finanziario è diventata così enorme che la corrispondenza con il plusvalore estorto non era più tale dal continuare a garantirne la rimuneratività; qui è scoppiata la crisi finanziaria, che poi è si cronicizzata fino a trascinare le economie statali e con esse l’economia mondiale nel baratro di una recessione senza vie d’uscita.

La dilatazione del capitale finanziario non è, quindi la causa della crisi del sistema la sua conseguenza.

Il rilancio delle attività produttive è una pia illusione: se il capitale produttivo non riceve, e non può ricevere, stante la crisi strutturale che lo avvolge, adeguata remunerazione, cioè un margine sufficiente di profitto, non gli resta che proseguire ad appropriarsi parassitariamente del plusvalore dei lavoratori e quindi attaccare in maniera sempre più massiccia le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e delle masse proletarizzate ed intensificare la produttività, che significa eliminazione di forza-lavoro dal ciclo produttivo e quindi precariato, disoccupazione, para-schiavismo.

In passato, dalle due grandi crisi manifestatesi nel 1873 e nel 1929 il capitalismo ne è uscito attraverso due guerre mondiali con la conseguente distruzione immane di merci e le conseguenti ricostruzioni; nella fase attuale al sistema capitalistico resta solo il settore informatico che, ad ogni innovazione cancella migliaia di posti di lavoro.

Riprendo la questione del che fare che avevo anticipato all’inizio. David Hervey, uno degli intellettuali più alla moda nel campo del riformismo, nel volume “L’enigma del capitale” sostiene che “il capitale industriale e le organizzazioni dei lavoratori potrebbero trovarsi alleati anziché in opposizione tra loro, come è accaduto con la richiesta di salvataggio pubblico dell’industria dell’auto statunitense nel 2008-2009, quando le case automobilistiche e i sindacati hanno unito le forze nel tentativo di salvare i posti di lavoro e proteggere le imprese dal fallimento”.

E’ la stesa ricetta di Napolitano, che sta alla base della costituzione del governo Monti. In nome della bandiera del “bene comune” devono essere accettati pesanti sacrifici, anche se questi servono per foraggiare i profitti di quelli che gli indignados chiamano l’1% della popolazione, contro il restante 99%.

Se riflettiamo attentamente, e facciamo ricorso a quelle armi teoriche proprie della metodologia scientifica marxiana – che abbiamo approfondito in una nostra recente pubblicazione – ci rendiamo conto che categorie quali “patria”, “coesione nazionale”, “bene comune”, sono delle astrazioni generiche, vuote di contenuto o, meglio, piene di un contenuto surrettiziamente assunto, cioè introdotto in esse per chiari interessi politici, al fine di mistificarne la loro reale essenza.

Nell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica Marx ci fornisce gli anticorpi per difenderci dagli schemi teorici della borghesia e per orientarci, partendo dalle astrazioni determinate, all’interno dell’economia e, più in generale, della lotta politica che ci attende.

Partendo da elementi quali “salario”, “merce”, classe” abbiamo la possibilità di risalire, nel nostro lavoro teoretico; fino a elementi più complessi quali “popolazione”, “stato”, “interessi nazionali” e metterne in rilievo la natura.

Il marxismo ci dà le armi teoriche per smascherare la mistificazione che si nasconde dietro la chiamata alle armi in nome degli interessi della borghesia, spacciati per interessi di tutti. Ci consente al tempo stesso di mettere in rilievo l’innocuità teorica e pratica delle proposte di certa sinistra, cui accennavo in precedenza.

Il comunismo, ci spiegava Marx è “un fatto assolutamente materiale”, “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”, uno stato di cose che esprime in maniera sempre più evidente le sue insanabili contraddizioni: pensiamo solo al fatto che, nonostante la modernizzazione della produzione la giornata lavorativa si allunga sempre di più, diviene ossessiva, degradante, umiliante nella sua ripetitività; ed ancora le macchine moderne, la stessa informatizzazione che avrebbero dovuto liberare tempo di lavoro spostandolo verso il tempo di riposo sono state, in realtà, macchine che hanno assicurato un’oppressione sempre più gravosa.

“La subordinazione servile degli individui alla divisone del lavoro”, come la chiamava Marx, oggi pesa drammaticamente sulle condizioni di vita di tanti proletari, ed ancor di più dei giovani costretti a vivere un futuro privo di prospettive di miglioramento delle proprie condizioni: oggi, come ai tempi di Marx gli individui nascendo trovano già predestinate le loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla classe la loro posizione nella vita e con essa il loro sviluppo personale”. I proletari, indipendentemente dal fatto che abbiano coscienza di esserlo, sono comunque una merce, predestinati al lavoro salariato che tentano di vendere al miglior offerente la propria forza lavoro.

In queste condizioni, spiega Marx, con una forza espositiva senza eguali, esiste solo “la libertà dello svolgimento delle proprie funzioni animali: il mangiare, il procreare e tutt’al più ancora l’abitare una casa, il vestirsi […] Ciò che è animale diventa umano e ciò che è umano diventa animale”. Il comunismo spezza questo stato di cose, rompe con l’ottica della barbarie che vive oggi sulla pelle di milioni di persone, restituisce ad esse la dignità e la certezza di battersi per la costruzione di un furto di libertà. La Critica al programma di Gotha e Stato e rivoluzione rappresentano due punti cardine per ridare al’uomo la speranza di poter camminare in posizione eretta, senza dover vivere una vita di umilianti vessazioni, che lo caratterizzano dalla culla alla tomba.

La classe dominante si organizza attraverso le proprie istituzioni transnazionali (FMI, BCE), mettendo in campo innanzitutto gli interessi dei paesi imperialisti e della classe dominante al potere. Il potere religioso non manca di svolgere il proprio ruolo: il Consiglio Pontificio per la giustizia e la pace dichiara che occorrerebbe “un’Autorità mondiale, unico orizzonte compatibile con le nuove realtà del nostro tempo e con i bisogni della specie umana”. Verrebbe da dire che con l’aiuto dei rappresentanti in terra del padreterno si sta organizzato un vero e proprio fascismo planetario.

In direzione opposta va il movimento di ricostruzione, internazionale della presenza dei comunisti. Sorgono nuovi partiti comunisti, si rafforzano i legami tra quelli esistenti, si imprime una direzione politica comune che, ci auguriamo, in anni non lontani possa portare alla ricostruzione dell’internazionale comunista. Si va estendendo sempre più l’impegno organizzato dei comunisti, parte attiva dei movimenti di lotta, impegnati ad imprimere ai movimenti una direzione costruttiva verso l’unica via d’uscita credibile, realmente alternativa alla comune rovina delle classi in lotta, cui sta conducendo il capitalismo e il suo brutale egoismo di classe. L’alternativa socialismo o barbarie non è uno slogan ma un programma di lotta e di cambiamento per cui ognuno deve fare la propria parte. Per evitare di dilungarmi eccessivamente ritengo opportuno chiudere il mio intervento citando un passo, assai significativo di una recente risoluzione della conferenza dei partiti ed organizzazioni marxisti-leninisti.

Dice la risoluzione: “Lo sviluppo della lotta dei lavoratori e dei popoli, la resistenza contro le conseguenze della crisi […] mettono in luce il protagonismo e il ruolo dirigente della classe operaia, esprimendo in tutta la sua crudezza la contraddizione fra capitale e lavoro. A fianco della classe operaia si raggruppano ampi settori popolari (studenti, donne, precari, lavoratori e utenti dei servizi pubblici…), che vanno unificandosi e articolandosi contro le aggressioni dell’imperialismo e lo sfruttamento del capitalismo.

La perdita di prestigio delle istituzioni borghesi e delle burocrazie sindacali, e soprattutto la lotta della classe operaia, stanno contribuendo a smascherare la vera natura della democrazia borghese e degli organismi capitalisti, così come dei suoi servi, gli opportunisti e i revisionisti. In tale situazione notevoli settori della classe operaia, dei popoli e della gioventù, cercano alternative e vie da seguire. Ai rivoluzionari proletari spetta di giocare un ruolo più dinamico: denunciare la natura dell’oppressione e dello sfruttamento, chiarire l’essenza di classe dei conflitti, il ruolo traditore della burocrazia sindacale, dell’aristocrazia operaia, l’azione diversiva dell’opportunismo e, soprattutto, contendere la direzione dell’organizzazione e delle lotte delle masse lavoratrici e della gioventù.

In questo processo è indispensabile dare impulso al sindacalismo di classe, all’unità del movimento operaio e sindacale, all’unità nell’azione e nelle proposte programmatiche. A partire dalla classe operaia, dalle sue lotte, dobbiamo lavorare per l’unità del movimento popolare, per l’aggregazione delle masse contadine, della gioventù, dei popoli e delle nazionalità oppresse. In un solo fronte, a pugno chiuso, dobbiamo affrontare il capitalismo e l’imperialismo, dobbiamo alzare le bandiere del socialismo.

Il movimento operaio e popolare affronta la sfida della lotta contro la dominazione dell’imperialismo e del capitalismo, per la libertà e la democrazia; allo stesso tempo è determinato nel delimitare le posizioni fra la rivoluzione e il riformismo.

Le condizioni per la lotta rivoluzionaria dei lavoratori e dei popoli sono favorevoli e domani saranno migliori. La situazione attuale rende più evidente la necessità della rivoluzione sociale e gli importanti avvenimenti sociali e politici dimostrano la possibilità di organizzarla. I nostri partiti e organizzazioni ribadiscono la decisione di organizzare e fare la rivoluzione.

Riaffermando l’internazionalismo proletario esprimiamo la nostra solidarietà combattiva ai lavoratori e ai popoli che lottano in tutto il mondo.”

Questo è l’asse portante di un impegno che deve caratterizzare la nostra battaglia di comunisti in Italia, fuori e contro la camicia di forza che l’opportunismo, nelle sue forme organizzate negli anni passati (dal Pci a Rifondazione) ha imposto al nome comunista, gettandolo nel fango delle più deteriori e antipopolari politiche parlamentari.

Riflettere sulla crisi è impegno di lotta per il cambiamento. Diceva Marx: “I filosofi (e aggiungiamo noi, gli opportunisti) hanno interpretato il mondo” cioè hanno svolto un ruolo di conservazione sociale “si tratta – aggiungeva Marx – di trasformarlo” . Impegno oggi quanto mai ineludibile ed attuale. Questo deve essere il nostro impegno di comunisti.

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