capitalismo

Published on maggio 11th, 2016 | by Militant2

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Brasile: Civil war

Di Brasile si parla in questi giorni e continueremo a sentirne parlare anche grazie alle Olimpiadi di Rio, piattaforma mediatica perfetta per un attacco al governo brasiliano. Già si delineano due squadre con relativo tifo estero a fianco, una parteggia per Dima Rousself, l’altra per l’opposizione, rappresentata dal suo vice Michel Temer.

Con chi schierarsi? Inizieremo con una panoramica delle opposizioni brasiliane.

La piazza che si mobilita contro il PT, partito di Dilma e Lula, è sostanzialmente formato dalla borghesia alta e media, una borghesia arricchita e che vuole tracciare un netto confine rispetto alla maggioranza dei lavoratori brasiliani e che preme per un progressivo ritiro dello stato e diminuzione del Welfare. Temer rappresenta la lobby bancaria, la potente lobby agroalimentare e la potente federazione industriale del motore economico brasiliano, lo Stato di San Paolo. Il suo seguito è formato da esponenti politici come  Jair Bolsonaro, ex militare, sostenitore di Pinochet, che ai tempi della dittatura militare Brasiliana torturò la stessa Rousself e fece parte dell’establishment di gorilla che blindarono il sud america all’interno del neoliberismo dei Chicago boys. Le parole d’ordine di questa piazza sono “Dio, Patria e Famiglia”, un’assonanza raccapricciante con un partito di estrema destra nostrano(1).

La destra avanza sventolando lo spauracchio della lotta alla corruzione, poiché il golpe ha come scusa un’irregolarità dei bilanci statali del 2014. In questo ricorda molto il nostro M5S. Paradossalmente lo stesso Temer è uno dei nomi usciti fuori dai panama Papers e tra i politici che lo sostengono non tutti sono esattamente degli onesti cittadini (2). Quel che avviene in Brasile deve essere collegato a ciò che sta succedendo in tutta l’america Latina, dove l’opposizione di destra avanza in Venezuela e in Argentina e che ora vuole colpire il gigante dei Brics. Quindi i comunisti dovrebbero essere dalla parte di Dilma? No. La Rousself fa parte di un partito socialdemocratico e quello che sta avvenendo è la normale conclusione della via “lullista” del Brasile. Una socialdemocrazia che è perfettamente riuscita nel suo compito di arricchire i lavoratori all’interno del capitalismo di stato inevitabilmente non può che concludersi così. Infatti la critica al Brasile non è mai stata aspra quanto quella al Venezuela, poiché una crescita del paese conveniva al capitalismo internazionale, poiché il Brasile degli anni 60’ e 70’ aveva bisogno di accrescere il suo mercato interno, necessitava di industrializzarsi e di istruire tecnicamente una manodopera troppo arretrata. Questi investimenti fatti attraverso politiche statali rappresentano la socializzazione delle fatiche per il progresso della Nazione, ma anche la privatizzazione dei profitti che hanno permesso di far nascere colossi agro-alimentari o energetici come Petrobas, nutrendo una futura borghesia imprenditrice che adesso non trova più utile questa forma di gestione del capitalismo locale.

La socialdemocrazia nutre in seno una serpe, nutre una futura borghesia che poi sosterrà le destre conservatrici e rinnegherà le sue origini lavoratrici e questa è la prova che o si prende una direzione apertamente socialista e si procede all’isolamento e estinzione della borghesia, in favore di un governo che realmente consegni la gestione delle imprese nelle mani dei lavoratori oppure  il trionfo della borghesia sarà inevitabile. Il Venezuela, l’Argentina lo hanno dimostrato e adesso il Brasile lo conferma.

I comunisti devono sostenere una svolta che vada oltre il lullismo di Dilma, oltre la socialdemocrazia latinoamericana, che già alle ultime elezioni ha vinto con uno scarto minimo, segno che anche dal punto di vista elettorale si sta scavando la fossa da solo. Sicuramente nelle piazze ci saranno anche lavoratori non schierati con il PT e volenterosi di prendere una direzione diversa da quella attuale e non coincidente con quella delle destre brasiliane neo-liberali

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