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Published on dicembre 23rd, 2012 | by Militant

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Convulsioni del sistema e prospettive di cambiamento

La chiusura dell’esperienza del governo Monti segna un’ulteriore tappa nella decadenza economica e politica della classe dominante e dei suoi rappresentanti.

Mai come oggi emerge la contraddizione che vede il ceto politico della classe al potere scalpitante per conquistare le poltrone del comando per i prossimi anni. All’opinione pubblica confusa e bastonata dal crescente immiserimento viene spacciata la favoletta di poter scegliere con il voto. Nelle condizioni attuali l’unica scelta possibile, attraverso le urne, è quella del boia che farà a pezzi il futuro di milioni di proletari, compreso l’ex-ceto medio, impoverito e trascinato verso il baratro.

Analizziamo rapidamente il quadro.

Monti, come in passato Mussolini, si reca alla Fiat ed ufficializza il connubio tra ceto politico e padroni, davanti ad una schiera di operai servili che si offrono festanti ai loro carnefici.

Bersani assicura le oligarchie politico-finanziarie europee che non muteranno politica economica: gli interessi dei padroni, anche per il centrosinistra, vengono prima di tutto e su questo non possono esservi illusioni o equivoci di sorta.

Il centrodestra ribadisce i suoi “meriti” nella politica di devastazione sociale e cavalca l’onda becera del nazionalismo e della peggiore retorica patriottarda al fine di recuperare consensi elettorali.
Monti, Bersani e Berlusconi garantiscono continuità del potere dell’establishment, del potere dei padroni contro il “terzo stato”, la continuità con la politica del massacro sociale.

D’altro canto è assai penoso il quadro dei cosiddetti “alternativi”.

Il movimento “Cinque stelle” si erge ad infermiere del sistema malato: non una parola, nel suo programma economico, sulla crisi del sistema capitalistico e sulla necessità di uscire da questo sistema e dalle contraddizioni che impone; la presunta alterità rispetto al “vecchio” ceto politico è solo negli uomini, ma non nel progetto politico. Le fortune elettorali del recente periodo scaturiscono dalla volontà, rispettabile certo, di “contare” di tanti elettori: la realtà dei fatti è destinata ben presto a spazzare via il campo da queste illusioni.
Andiamo avanti. Restano i dinosauri dell’ex sinistra al servizio di Prodi, già spazzati via in occasione delle ultime elezioni politiche.

Ferrero ha scelto di spalleggiare Di Pietro, il cui schieramento siede con il gruppo liberale nel parlamento europeo, che ha votato per l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, che ha supportato la repressione poliziesca in varie occasioni (a partire dal G8) e non ha perso occasione per perseguitare gli immigrati.

Diliberto ha fatto da portaborse a Bersani in occasione delle primarie pur di garantirsi la prospettiva di qualche ministero e sottosegretariato nel prossimo governo. La “Federazione della sinistra” di fronte alle urne si è liquefatta all’insegna del “si salvi chi può”, degna conclusione della parabola dell’opportunismo italiano.

Quanto all’appello “Cambiare si può” va registrato che, ancora una volta, c’è chi tenta di riproporre un riformismo fuori stagione, spazzato via dal corso storico-economico del sistema capitalistico. E’ falso e fuorviante sostenere che sia possibile un nuovo New Deal, come nel ‘900. Chi scrive questo dimentica che il capitalismo è uscito dalla crisi della prima metà del Novecento solo con la seconda guerra imperialistica e che le concessioni fatte alle classi subalterne erano figlie della poderosa spinta di emancipazione sociale che proveniva dal movimento comunista internazionale e dalle forze rivoluzionarie che aveva scosso l’Europa, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre. Oggi, in un contesto radicalmente diverso, dove il debito pubblico ha superato il muro storico dei duemila miliardi, dove il sistema capitalistico non riesce a trovare vie d’uscita alla crisi di sovrapproduzione che lo attanaglia da anni rispolverare vetuste proposte keynesiane significa costruire un libro dei sogni destinato ancora una volta ad ingannare le masse popolari.

I dati Istat ci chiariscono la drammaticità della situazione. La disoccupazione ufficiale ha superato l’11%, il 10% delle famiglie si gode il 45% della ricchezza nazionale, l’incubo della povertà riguarda il 30% degli italiani con una crescita di tre punti in percentuale rispetto al 2011; nei prossimi mesi migliaia di cassintegrati diventeranno disoccupati, tanti lavoratori precari perderanno anche l’occupazione provvisoria, il progressivo indebitamento strangolerà moltissime famiglie.

Questi dati sono più significativi di ogni declamazione elettorale e rendono evidente come non vi sia nessuna ipotesi riformista credibile e che la via rivoluzionaria diventa attuale perché spinta al centro della battaglia politica dall’evidenza dei fatti. L’espropriazione delle fabbriche e la direzione operaia della produzione, l’abolizione del debito pubblico verso le banche, la requisizione delle banche, la pianificazione socialista dell’economia sono i passaggi indispensabili perché si possa seriamente parlare di diritto al lavoro, all’istruzione, alla sanità, alla pensione, perché si possa liberare il proprio tempo dallo sfruttamento e ricostruire una dimensione di vita autenticamente umana.

Il percorso della rivoluzione comunista, per quanto difficile è oggi pienamente attuale e rappresenta l’unica via d’uscita alla crisi del sistema. L’alternativa è la rassegnazione, magari costruita attraverso l’ennesimo rito elettorale. E’ bene avere le idee chiare in proposito e costruire, da subito, la nostra “campagna elettorale”, utilizzando le elezioni per incoraggiare gli sfruttati ad acquisire coscienza della situazione e ad impegnarsi nella lotta per il cambiamento sociale.

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