Ambiente

Published on gennaio 7th, 2012 | by Militant

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IN NOME DEL DIO PETROLIO E DEL PROFITTO

Della deforestazione, degli incendi, dello scioglimento dei ghiacci si parla giornalmente come fossero eventi naturali e quindi inevitabili.
Di eventi più gravi come le perdite di petrolio e le perdite radioattive si parla in maniera più “seria” omettendo tuttavia sistematicamente le responsabilità delle multinazionali che risparmiano sulla sicurezza in nome del massimo dei profitti.
Tali omissioni, ritenute evidentemente un rischio sostenibile, portano danni di solito irreparabili all’ambiente e quindi a tutti noi.
L’idea che l’ambiente, inteso come l’insieme di tutti gli elementi naturali, non sia un bene comune ma una risorsa da sfruttare a proprio piacimento per fini economici è legata strettamente ad un sistema economico malato e cieco che non affronta la questione dell’ecosostenibilità e del mantenimento di un delicato equilibrio ambientale.

Nel 2011 anche se in mancanza di una singola enorme fuoriuscita di petrolio abbiamo assistito ad almeno cinque ‘maree nere’ minori in varie parti del mondo.
In Nuova Zelanda una nave da carico si è arenata in mare aperto versando gran parte del petrolio nell’acqua e sulle spiagge che ospitano pinguini e altri uccelli marini.
Nel Golfo del Messico una marea nera di oltre 30 miglia ha colpito la costa già in difficile fase di recupero.
Nel mare del nord la Shell ha ammesso delle perdite da un oleodotto.
La BP (responsabile del disastro nel golfo del Messico nel 2010) ha anche provato a distruggere la tundra dell’Alaska grazie a un oleodotto difettoso.
E per finire la Cina è riuscita con successo a nascondere per un mese una fuoriuscita di petrolio dell’estensione di 324 miglia, prima che i media se ne rendessero conto.

Non possiamo non ricordare che in sud America la Texaco ha sversato miliardi e miliardi di litri di sostanze tossiche nelle zone attigue le aree di estrazione petrolifere portando danni all’ambiente, ai campi e alla salute umana (oggi il tribunale chiede un risarcimento per le popolazioni indigene di 18 mln di dollari -che ovviamente nessun dirigente vuole pagare-).

Tali disastri portano a danni irreparabili che riguardano la fauna e la flora interessando (in mare) specialmente  organismi planctonici che sono alla base della catena alimentare.
Intere specie sono a rischio di estinzione in certe zone del mondo a causa di tali devastazioni che sottraggono loro l’alimentazione principale (vedi i cetacei ad esempio).

Noi ci chiediamo: come mai la British Petroleum (BP) non investe nella messa in sicurezza dei propri oleodotti? Come mai non lo fanno anche la Shell e le altre multinazionali indagate per disastro ambientale? La risposta è che i governi non puniscono tali industrie con pene proporzionate al danno e alla fine è meglio pagare una multa irrisoria piuttosto che spendere milioni nella messa in sicurezza degli impianti. Così il profitto vince ancora.
Non scordiamo che in nome del dio petrolio da anni gli U$A combattono guerre terribili con milioni di morti in tutto il mondo (Libia, Afghanistan, Iraq gli ultimi esempi).

Crediamo che sia arrivato il momento di porci delle domane su noi stessi, su cosa facciamo per proteggere questo pianeta da un sistema economico che nell’arco di pochi decenni (come molti studi suggeriscono) romperà ogni equilibrio portandolo ad un punto di non ritorno.

L’abbattimento del capitalismo non è un capriccio o un’utopia dei comunisti ma una necessità per la sopravvivenza del mondo stesso.

Collettivo Red Militant

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