Politica

Published on ottobre 2nd, 2013 | by Collettivo Red Militant

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Lotta rivoluzionaria contro il sistema capitalistico in decomposizione

La “crisi, ormai di non ritorno, ha raggiunto la duplice dissoluzione del sistema politico ed economico”: così si esprime sulle colonne de “Il sole 24 ore” Guido Rossi. Il capitalismo e il suo sistema politico sono usciti letteralmente a pezzi dagli effetti della crisi che attanaglia il sistema di produzione capitalistico.

Le ricette della Troika (BCE, FMI e banca mondiale) completano il quadro, portando alle estreme conseguenze un percorso di devastazione delle condizioni di vita delle masse popolari iniziato nel 1984 con l’abolizione della scala mobile, proseguito negli anni con le leggi finanziarie lacrime e sangue varante con grande continuità, a partire dal governo Amato in poi, in fedele esecuzione dei diktat che vengono dagli organi di comando del capitalismo internazionale.

Il “pilota automatico”, come lo chiama Mario Draghi, cioè il governo transnazionale che ha spazzato via i residui formali della nostre “democrazie”, ha letteralmente demolito le prospettive di vita di intere generazioni: i giovani sono senza lavoro, i licenziamenti procedono senza sosta, i più fortunati hanno ancora un lavoro precario e malpagato.

Il “modello sociale europeo”, vanto dei riformisti nei decenni passati, è un articolo da museo e nulla più. Il taglio del 90% delle politiche sociali (che tra il 2010 e il 2012 sono passate da 435 milioni di euro a 43 milioni) e i tagli dei fondi per scuola ed università di 10 miliardi ne costituiscono una manifestazione fin troppo evidente.

Questo scempio necessita di un governo di larghe intese (seguendo il solco dei governi Monti e Letta) che, con la benedizione del Presidente Napolitano, svolge il proprio ruolo di becchino delle aspettative e delle condizioni di vita delle masse popolari.

La barca affonda e crescono gli appelli della stampa borghese (e non solo) a “salvare il nostro capitalismo morente” (Sole 24 ore), a reclamare una Norimberga per i crimini commessi in Italia “contro il capitalismo” (La Repubblica), fino ad affermare che “il patriottismo economico è necessario per contrastare la globalizzazione selvaggia” (Il manifesto).

Nessuno che metta in discussione i dogmi del profitto e l’inconciliabilità degli interessi di classe degli sfruttatori e degli sfruttati. Susanna Camusso ha recentemente fatto appello ad un “soprassalto di responsabilità” ai lavoratori perché collaborino con le aziende.

Viene da tutti obliterata la vera natura criminale del sistema capitalista, e, addirittura si fanno sconcertanti appelli al patriottismo economico, dimenticando che i padroni “tricolori” sono quelli che hanno delocalizzato a mani basse in tutti questi anni.

Ai proletari non interessa nulla se Telecom e Alitalia restano “gioielli (si fa per dire) del made in Italy” o meno. Come se i padroni italiani fossero garanzia di tassi di sfruttamento meno disumani, come se il cimelio impotente della “patria” servisse come talismano capace di evitare chiusure, esuberi, tagli salariali e, come detto, delocalizzazioni.

Solo la lotta decisa dei lavoratori e degli sfruttati può porre fine allo sfruttamento, non certo l’adesione alla retorica dell’interesse nazionale.

Proprio per questo vanno denunciati senza mezzi termini i tentativi di deviare le lotte dei lavoratori dall’unico obiettivo realmente concreto e credibile: porre le aziende sotto controllo operaio, espropriando i padroni, senza indennizzo alcuno. Non esistono altre salvezze nazionali se non spezzare il giogo oppressivo della dittatura di pochi capitalisti sulla stragrande maggioranza della popolazione.

Oggi assistiamo ancora al penoso spettacolo di un Landini che invita a manifestare per “la costituzione e la legalità”, mentre una serie di relitti sindacal-associativi si prepara alla costituzione di una sorta di Syriza italiana, per offrire al sistema in coma ancora una possibilità di raccattare consensi delle masse disperate rendendole, per l’ennesima volta innocue.

Lotta rivoluzionaria: è questo il programma minimo su cui chiamiamo i lavoratori e i comunisti ad organizzarsi per arrivare a dare ai proletari la direzione politica ed economica del paese.

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