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Published on dicembre 28th, 2011 | by Militant

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USCIRE DALLA CRISI O DAL CAPITALISMO IN CRISI? Assemblea 21.12.11

 Parte 1
Crisi dei mercati o crisi del capitalismo?
Un fantasma viene fatto circolare in questo periodo nel mondo, per avvolgere con la sua cappa fumosa lecoscienze delle masse sfruttate. Si chiama “IL MERCATO”.
Tutti cianciano di qualcosa che, semplicemente, non esiste. Tutti additano la fame, la miseria, la disoccupazione e la disperazione che inondano il mondo come causate da un’entità fumosa e indeterminata: la crisi dei mercati. Con chi prendercela, se si tratta di una entità indeterminata?
Allora sarà il caso di accettare qualsiasi sacrificio da portare all’altare di questo dio malvagio, sperando che si plachi.
Monti & Company, i suoi sacerdoti, inviati dai Papi del Dio Malvagio, le BANCHE MONDIALI, sanno come placarlo, bisogna seguirlo.
E invece la spiegazione della crisi ed il modo di rovesciarla è chiara e palese, e nota da un secolo e mezzo.
Si tratta di una ferrea formulazione matematica elaborata da Marx a metà del XIX° secolo e confermata e ulteriormente elaborata dagli economisti indipendenti nei decenni successivi, e sempre violentemente combattuta dagli economisti di palazzo. Gente tanto lautamente prezzolata quanto incompetente e incapace di fornire la benchè minima spiegazione scientifica agli eventi della sfera dell’economia, come vediamo in questi giorni in cui il fior fiore dei bocconiani del cavolo balbetta scemenze insensate per arrivare ad una sola conclusione: a pagare debbono essere solo le masse popolari, e basta.
Questo era l’unico obbiettivo a cui doveva arrivare la scienza economica della borghesia. Obbiettivo raggiunto? Vedremo!
La base di partenza della economia scientifica fu quella della sorgente unica del valore aggiunto alle merci, la forza-lavoro degli sfruttati. Sfruttati in quanto solo una parte della merce-lavoro che essi forniscono al padrone viene retribuita (solo per permetterne la sopravvivenza e la riproduzione!), mentre l’altra parte viene accaparrata dal padrone come profitto.
In una nota breve formula: V = C + V + Pv . Cioè: Il valore prodotto (IN MEDIA) è pari alla somma del capitale investito in attrezzature fisse e non, C, in salari V, e del plusvalore, Pv, che viene trattenuto dal capitalista come valore prodotto dal lavoro degli sfruttati e non pagato.
A partire da questo assunto, Marx sviluppa una serrata analisi del processo produttivo che conduce ad una fondamentale conclusione:
Col procedere dello sviluppo dell’industria capitalistica, la ineliminabile legge della concorrenza selvaggia tra capitalisti li conduce ad aumentare sempre di più la quota macchinari (capitale fisso, C) e a ridurre la manodopera (V), come vediamo ogni giorno con l’aumento dell’automazione e robotizzazione industriale e agricola.
Ma, paradossalmente (ma non troppo se consideriamo l’assunto di base), siccome SOLO lo sfruttamento della forza-lavoro produce profitto, con il generalizzarsi necessario dell’automazione, IL PROFITTO SI RIDUCE INESORABILMENTE.
Inoltre il fallimento di una delle imprese capitalistiche si tira appresso inevitabilmente il crollo dell’indotto, di quelle imprese creditrici e così via in un domino irrefrenabile.
A questo punto la reazione a catena comporta il crollo dei consumi e la crisi evolve come crisi di sovrapproduzione. Tonnellate di merci invendute marciscono nei depositi, e così via.
Marx chiamò questa legge (espressa matematicamente nella famosa formula) “LEGGE DELLA CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DI PROFITTO” che da “tendenziale” non può che divenire REALE nella fase della mondializzione della produzione capitalistica.
Il capitale investito come macchinari si riversa nel valore prodotto SOLO COME AMMORTAMENTO NEL TEMPO DEL SUO VALORE INIZIALE, e questo è il motivo per cui non può PRODURRE valore.
IL GRAFICO CHE ALLEGHIAMO chiarisce bene le implicazioni tra processo di produzione delle merci e sfera del sistema bancario e finanziario.
UNA COSA DEVE ESSERE ASSOLUTAMENTE CHIARA: il sistema bancario-finanziario non produce alcun valore. Solo il sistema di produzione delle merci è in grado di produrlo. Gli aumenti della massa di capitale conseguenti ai giochi finanziari sono esclusivamente apparenti in quanto si basano sulla stampa di carta-moneta o di altri strumenti di pagamento, che gli stati e le banche praticano alla grande per simulare un equilibrio di bilancio che generalmente è fittizio.
Mentre nel grafico la parte che sta sopra la linea tratteggiata è quella che produce valore (incremento del valore delle merci), la parte sottostante non fa altro che far girare il valore prodotto in operazioni speculative che ne gonfiano l’entità APPARENTE lasciandone immutata la sostanza.
Alla testa di questo tipo di manovre le grandi banche mondiali, padrone di quel sistema speculativo-finanziario che detiene i grandi capitali e li sposta con un clic su tutti i mercati mondiali alla vana ricerca (e con ogni possibile metodo, anche i più sporchi) di profitti consolidati.
Se il valore VERO prodotto si riduce, la bolla speculativa prima o poi non potrà fare altro che scoppiare.
E’ fondamentale in questo quadro il ruolo di sommo regolatore del sistema rivestito dallo STATO borghese, gestore della macchina e mediatore delle sue tensioni. Nel tentativo di mitigare le contraddizioni ineliminabili del sistema produttivo, lo Stato accontenta e imbriglia entro certi limiti le spinte di rivolta delle masse popolari, frazionandole e smussandone le punte più pericolose.
Tutto ciò è inevitabile ma COSTA, e quindi lo stato si indebita col sistema finanziario oltre a stampare carta-moneta ed a redigere bilanci truccati.
Se il singolo stato non è capace di ottenere risultati apprezzabile, si consorzia con altri Stati realizzando combriccole internazionali più potenti nella vana speranza di superare le difficoltà facendo ricorso a presunte “OGGETTIVE” richieste dell’Autorità Superiore, che “non possono venire messe in discussione” e che mettono in soffitta le vecchie “regole democratiche” ormai inutilizzabili.
Viene il momento in cui tutti questi tentativi si infrangono violentemente contro la realtà della crisi del profitto: crollo dei profitti, crollo dell’ occupazione, crollo dei consumi e crisi di sovrapproduzione, significano collasso del sistema fiscale che deve rivedere le fasce di appropriazione di moneta dalle varie categorie contribuenti.
Non occorrono i potenti professori bocconiani, in realtà agenti del sistema bancario mondiale, per capire che spremere ancor di più vasti strati popolari significa ridurne ancora i consumi in una spirale di recessione inarrestabile e senza uscita.
Marx aveva ben dimostrato che l’unica via d’uscita per il capitale mondiale era la sua parziale auto-amputazione: DISTRUGGERE CAPITALE, in ogni sua forma, è stata la soluzione alle crisi che già la storia ci ha fatto conoscere.
La formula marxiana della legge del profitto esprime perfettamente questa assurda ma assoluta necessità del capitale.
Le grandi e piccole guerre che hanno costellato l’ultimo secolo ci debbono insegnare molto. Dalla crisi del ’29 il capitalismo poté risollevarsi solo con la distruzione di circa il 50% di sé stesso, ed iniziare un nuovo ciclo economico.
Le enormi distruzioni di capitali e risorse in Iraq, Afganistan, Jugoslavia e ovunque nel mondo, sono state un tentativo di ripartire da zero. Ma non sono state sufficienti.
Solo la distruzione di più della metà del capitale accumulato sino al 1939 tramite la seconda guerra mondiale è stata sufficiente ad innescare una fase espansiva (la “ricostruzione”, il “boom economico”, ecc) che ha salvato il capitalismo per quasi mezzo secolo ma non può evitarne lo sfacelo.   Dobbiamo prevedere, con buona pace di Obama o di chi per lui, una ulteriore sequenza di conflitti locali (Libia docet): l’Iran sarà presumibilmente il prossimo passo.
Naturalmente per risanare i conti economici, le guerre occorre vincerle: ricostruire Iraq e Afganistan, totalmente devastati, dovevano costituire un importante balzo per la soluzione della crisi del capitale mondiale. Si dà il caso che né l’una né l’altra possano essere vinte.
Si tenta di distruggere quel che si può, come in Libia, ma non basta minimamente. Prossima tappa, inevitabilmente, l’Iran. Ma, come disse esemplarmente Marx: Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso.
 Sul piano del regime sociale consegnatoci dal secondo dopoguerra assistiamo a sempre più vistose modificazioni del regime del welfare verso un suo ormai evidente smantellamento.             Subentra l’era della de-integrazione dei salariati. Privatizzazioni, deregulation, precarizzazione, riduzione del valore del salario reale, incremento dell’orario di lavoro e della sua intensità, riduzione delle garanzie previdenziali e loro subordinazione alla dinamica speculativa, indebitamento e feroce concorrenza tra i lavoratori salariati sono alcuni dei fenomeni conseguenti più manifesti.
Ciò che emerge è un regime del lavoro di tipo neoservile tendenzialmente privo di tutele e garanzie, in cui vige una concorrenza spietata tra salariati su cui gioca il “dominio” del capitale e attraverso cui ormai soltanto il potere politico trova la propria legittimità. Ma ciò significa anche che gli apparati politico-istituzionali godono di sempre minor consenso, sono semplici appendici d’un capitalismo parassitario e debbono inventarne di tutte per conservare un po’ di credibilità (a principiare da guerre fasulle), nonché fungere in taluni casi da semplici contenitori del disagio sociale.
È qui non possiamo almeno non accennare alle manovre di Monti, personaggio noto da decenni nell’ambiente dell’economia capitalista mondiale, che è stato messo a capo di un’Italia sull’orlo del crollo della sua economia capitalista. Possiamo subito individuare i due aspetti cardine della sua azione politica e sociale: il primo quello del disperato bisogno di crearsi una certa credibilità che si manifesta in ridicole proposte come quella di aumentare (giusto quanto basta per poter dire d’averlo fatto) le tasse alle classi della alta borghesia o di ridimensionare gli stipendi dei parlamentari; il secondo aspetto è quello dell’azione diretta a spremere ancor più le masse nel tentativo di “salvare” l’Italia riducendo le pensioni ed aumentando l’età di pensionamento, reintroducendo l’ICI e aumentando IVA e IRPEF e così via; tutte norme che sfioreranno a mala pena i capitali della borghesia ma che daranno il colpo di grazia ad una già martoriata classe proletaria.
Ma non è finita: recenti studi (Notarrigo, Pagano et alii) hanno dimostrato che le leggi della scienza economica hanno la stessa struttura di quelle della termodinamica, cosa che a prima vista potrebbe apparire sorprendente. Ma riflettendo sul fatto che il processo per la produzione di merci (e quindi di denaro) è costituito da macchine che non possono che obbedire alle leggi della fisica, si comprende come in realtà i due processi siano intimamente legati.
E così mentre il capitale scende in una crisi devastante per la caduta del saggio di profitto, il sistema-terra vede crescere oltre ogni limite l’entropia totale, e quindi il degrado ambientale, ivi compresa lo sconvolgimento dei cicli metereologici.
A nulla serviranno le toppe che si tenta di affiggere sulla irresistibile tendenza all’ aumento della entropia, che potrà essere contrastato solo con l’eliminazione della anarchia del capitale, e quindi, inevitabilmente, del capitale stesso: solo l’eliminazione di tutte le produzioni superflue e la più stretta pianificazione scientifica del processo produttivo sono in grado di invertire la tendenza.
Come afferma uno slogan che in questi anni sempre di più circola per tutto il mondo:
“O IL MONDO DISTRUGGE IL CAPITALISMO, O IL CAPITALISMO DISTRUGGERA’ IL MONDO”.

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2 Responses to USCIRE DALLA CRISI O DAL CAPITALISMO IN CRISI? Assemblea 21.12.11

  1. Mario says:

    Bei concetti, in buona parte condivisibili. Manca la soluzione, una soluzione possibile. O forse non la intendo io

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