-Questa sezione viene aggiornata periodicamente con nuovi contenuti-
3) 20.05.12 La speculazione finanziaria è parte integrante del sistema
Il meccanismo capitalistico non ha a alcun cervello regolatore, in grado di adeguare coscientemente l’ampiezza dell’accumulazione alla situazione di equilibrio necessaria. Il capitale finanziario che cerca investimento, e non trova nella sfera della produzione alcun impiego redditizio, si dirige verso la borsa per pescare nel torbido – fino a che si ripresenti una situazione di redditività (valorizzazione) nella sfera della produzione. L’ “attività” della borsa si trova in rapporto strettissimo con il movimento del tasso di interesse sul mercato finanziario.
La crisi acuta esplode alla fine dell’espansione e transitoriamente crescono livello anche i tassi di interesse e in questo modo anche il crollo del prezzo dei titoli è grande. La caduta del corso di questi titoli però è il pretesto per il loro acquisto in massa da parte degli speculatori di borsa. Così la speculazione comincia proprio nella depressione.
Dal punto di vista economico privato, l’investimento in borsa è fruttifero come qualsiasi altro. L’ “investimento” in borsa però non crea né valore né plusvalore. Esso ha per scopo soltanto un aumento dei corsi e dei trasferimenti di capitale. Questo capitale si rivolge alla borsa, dimenticando il carattere illusorio di questi investimenti.
La catena delle cause, a partire dalla sfera della produzione, grazie al funzionamento immanente dell’accumulazione capitalistica, propaga la necessità del decorso ciclico alla sfera della circolazione (mercato finanziario, borsa, titoli). Se viene di nuovo ricostituita nel processo di produzione la valorizzazione degli investimenti di capitale si avrà da capo un’ulteriore accumulazione. Il tasso di profitto cresce. Se esso diviene superiore alla rendita dei titoli a tasso fisso, i capitali abbandonano la borsa e affluiscono nuovamente alla sfera della produzione per trovare in questa sede un impiego produttivo. I titoli vengono acquistati dal pubblico che cerca un investimento durevole e non specula mirando all’arricchimento. Però questo investimento “durevole” dura soltanto fino alla crisi successiva. Alla stretta successiva del mercato finanziario, i titoli vengono di nuovo acquistati in borsa. Il gioco si ripete, però su base mutata: la centralizzazione del patrimonio finanziario è sempre più grande. In questo modo si piega il potere crescente del capitale finanziario.
[Henryk Grossmann, Il crollo del capitalismo]
2) 13.05.12 La decomposizione del potere dello stato borghese
Il potere di stato centralizzato, con i suoi organi presenti – esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura, organi prodotti secondo il principio di una divisione del lavoro sistematica e gerarchica – il governo posto sotto il controllo del parlamento, cioè sotto il controllo diretto delle classi possidenti, non diventò solamente una fabbrica di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con la irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni esso non diventò solamente il pomo della discordia fra le frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; ma anche il suo carattere politico cambiò insieme con le trasformazioni economiche della società. A misura che il progresso dell’industria moderna sviluppava, allargava, accentuava l’antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, il potere statale assumeva sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l’asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe […] un regime di terrorismo di classe aperto e di deliberato insulto della “vile moltitudine” […] attribuire all’esecutivo poteri di repressione sempre più vasti, ma in pari tempo spogliare la loro stessa fortezza parlamentare di tutti i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo, l’uno dopo l’altro. L’impero, col colpo di stato come certificato di nascita, il suffragio universale come sanzione e la spada come scettro […] pretendeva di salvare la classe operaia distruggendo il parlamentarismo, e, insieme con esso, l’aperta sottomissione del governo alle classi possidenti. Pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia economica sulla classe operaia. Finalmente pretendeva unire tutte le classi ravvivando per tutte la chimera della gloria nazionale. […] La speculazione finanziaria celebrò delle orge cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo dall’ostentazione di un lusso esagerato, immorale, delittuoso. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era in pari tempo lo scandalo più grande di questa società e il vivaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione, e la decomposizione della società che esso aveva salvato, vennero messe a nudo. L’imperialismo è la più prostituta e l’ultima forma del potere di stato.
[Karl Marx, La guerra civile in Francia]
1) 07.05.12 Nella baracca si comincerà con la farsa elettorale. Di fronte agli elettori dalle teste di legno e dalle orecchie di somaro, i candidati borghesi, vestiti da clown, danzano la Danza delle Libertà politiche, pulendosi la faccia e il culo con i programmi elettorali dalle tante promesse e parlando con le lacrime agli occhi delle miserie del popolo: e le teste degli elettori a ragliare sonoramente in coro: hi ho, hi ho! Poi il pezzo forte: il Furto dei beni della Nazione. La nazione capitalistica, enorme femmina, pelosa in volto, il cranio calvo, sformata, le carni flaccide, gonfie, giallastre, dagli occhi spenti e sonnacchiosi, sta sdraiata su un gigantesco divano di velluto: ai suoi piedi il Capitalismo industriale, gigantesco organismo di ferro, maschera scimmiesca, divora meccanicamente uomini, donne e bambini, le cui grida lugubri e strazianti riempiono l’aria: la Banca, dal muso di faina, dal corpo di iena e dalle grinfie d’arpia, gli sfila con destrezza dalla tasca le monete. Orde di miserabili proletari, macilenti, scortati da gendarmi con la spada sguainata, incalzati da furie che li sferzano con le fruste della fame, portano ai piedi della nazione montagne di merci, barili di vino, sacchi d’oro e di grano. Depositati i carichi con i calci dei fucili e a colpi di baionetta fanno scacciare gli operai e aprono le porte a industriali, commercianti e banchieri.[...] Questi si precipitano sul cumulo e ingoiano cotonate, sacchi di grano, lingotti d’oro, prosciugano botti; quando non ne possono più, sudici, ributtanti si accasciano sulle loro lordure e i loro vomiti. Allora il tuono rimbomba, la terra trema e si spalanca, la Fatalità storica si leva: con il suo piede di ferro schiaccia le teste di colore che singhiozzano, che esitano, che cadono e non possono più scappare, e con la sua grande mano rovescia la nazione capitalistica, attonita e in sudore per la paura. Se sradicando dal suo cuore il vizio che la domina e ne avvilisce la natura, la classe operaia si levasse con la sua forza terribile non per reclamare i Diritti dell’uomo, che altro non sono che i diritti dello sfruttamento capitalistico, non per reclamare il Diritto al lavoro, che altro non è se non il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge bronzea che proibisse a ognuno di lavorare più di tre ore al giorno, la Terra, la vecchia Terra, fremente di gioia, sentirebbe un nuovo universo nascere in sé.
[Paul Lafargue, Il diritto all'ozio]